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Giovedì 08 Febbraio 2018 10:33

Pare che l’affaire delle separazioni non si debba toccare


La Regione Valle d’Aosta

 

prende in giro i separati e i loro figli


Quando la nostra battaglia, raccolta dal consigliere regionale Roberto Cognetta, sembrava giunta in dirittura d’arrivo, un vento contrario si è messo a spingere la barca verso gli scogli. Ricordiamo che siamo l’unica Associazione che ha aperto il varco della legge 241/90 trascurata, con le omissioni pubbliche allargate e delle responsabilità istituzionali.

Risposte mancate o evasive hanno rafforzato la diffusa prassi dei responsabili dei servizi pubblici territoriali, togliendo al cittadino un diritto scritto nella legge, favorendo una rendita di posizione, e danneggiando interessi pubblici.

Abbiamo rilevato e denunciato che i servizi sociali degli enti territoriali non applicano la legge 241/90 nella fase amministrativa. Non aprono il procedimento con le parti in questione e trattano i casi, denunciati e delegati, secondo le esigenze pilotate del momento. Ciò favorisce soltanto il genitore collocatario in danno dell’altro e dello stesso minore. Il tribunale, quando interessato, risponde come Ponzio Pilato. Intanto il genitore penalizzato corre, come una palla da ping pong, tra Servizi e Tribunale per rivendicare un diritto scritto ma da loro negato.

La legge 241/90 dal 1990 ha stabilito che qualsiasi attività svolta dai Comuni deve essere disciplinata e regolamentata per il buon andamento degli uffici e per l’imparzialità.  La legge parla anche di programmi e protocolli a cui devono partecipare tutte le parti in causa. I servizi dei comuni devono soltanto garantire che ciò avvenga in modo trasparente ed equilibrato, al fine di impedire disparità di trattamento.

Riteniamo che il problema delle separazioni possa trovare la giusta soluzione in questa fase se i Comuni decidono di disciplinarlo, dando esecuzione alla legge che ha imposto l’adozione obbligatoria del Regolamento.

Quasi tutti i Comuni d’Italia hanno adottato il Regolamento di accesso agli atti e del procedimento amministrativo per le loro attività.

Mentre però la Regolamentazione è intervenuta nelle materie in cui più si corre il rischio di finire nelle maglie del codice penale, nella materia dell’assistenza invece si è preferito lasciare le cose nelle mani dei responsabili dei servizi i quali, sentendosi coperti, operano a stretto contatto con l’assessore e il Tribunale.

L’assessore di turno ha in tal modo campo libero per confezionare e allargare la base clientelare, penetrando in un mondo in cui bisogni ed interessi si mescolano e producono risultati politici. E la legge? Questa resta una chimera fino a quando non scoppia lo scandalo.

Finalmente la Cassazione, sugli effetti della legge 241/90, ha acceso il faro su di un caso, condannando un dirigente per il silenzio rifiuto. La sentenza chiarisce molto bene la portata dell’art. 328 c.2 c.p. Speriamo che questa strada serva a far prendere coscienza a tutti.

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Venerdì 26 Gennaio 2018 12:57

­L’avv.ssa Gaetana Paesano, con una lettera inviata all’ISP (Istituto di Studi sulla Paternità, sorto trent’anni or sono per ridare dignità al ruolo del padre nelle separazioni) e pubblicata sul sito dell’istituto http://Inx.ispitalia.org. Su questo argomento, il presidente dell’Isp, dott. Maurizio Quilici, ha aperto un pubblico dibattito, invitando le associazioni di settore a fare altrettanto. Accogliamo l’invito e riserviamo anche noi uno spazio per un confronto sul fallimento del condiviso (L.54/2006). Chiunque può inviarci il proprio contributo da pubblicare in queste pagine.


Affidamento condiviso: una promessa non mantenuta


di avv. Gaetana Paesano *

dott. Quilici,

svolgo la professione di avvocato da ormai quasi venti anni ed ho dedicato i miei studi, il mio tempo, le mie energie alle famiglie in difficoltà, alla gestione dei conflitti familiari e alla protezione dei più piccoli. Di anno in anno ho tratto nuova forza dalle “conquiste di civiltà” – come tutti le hanno definite – rappresentate dalle grandi riforme del diritto di famiglia, dalla legge n. 54 del 2006 sull’affidamento condiviso alla legge n. 219 del 2012 sulla filiazione, ed ho sicuramente accolto con gioia la notizia dell’approvazione di leggi come quella del Dopo di noi e quella sul testamento biologico di questi ultimi giorni.

Purtroppo, però, non posso fare a meno di chiedermi sempre più spesso che fine facciano i valori che ispirano le grandi riforme nella successiva fase dell’interpretazione e dell’applicazione della legge tanto attesa al caso concreto.

Il cuore della riforma, la ratio della sua esistenza, le finalità perseguite, i diritti faticosamente riconosciuti cedono il posto, nelle istanze difensive e nei provvedimenti delle corti di merito, ad un atteggiamento di sterile richiamo di singole disposizioni normative, che vengono snaturate tanto da contrarne il senso più intimo, fino quasi a dimenticarlo.

Mi riferisco, in particolare, all’affidamento condiviso e mi chiedo, e Le chiedo, che cosa sia oggi e che cosa rappresenti per un genitore che deve, per sua scelta o per scelta dell’altro, affrontare la separazione e dunque la cessazione della coabitazione con i suoi figli.

A tutti è noto il principio che ha ispirato la legge n. 54. Semplicemente straordinaria la forza contenuta nell’affermazione della co-genitorialità: i bambini hanno diritto a conservare relazioni continuative e significative con entrambi i genitori, anche durante e dopo la separazione. Non può non essere obiettivo prioritario di tutti, ma prima di tutti degli stessi genitori, garantire ai figli una presenza costante del papà (o, molto più raramente, della mamma) anche se non vive più nella casa familiare. E’ un diritto sacrosanto quello dei bambini, già riconosciuto dall’ordinamento internazionale, che la legge ha sentito la necessità di riaffermare: se un genitore vuole fare il genitore deve essergli consentito, perché ciò vuol dire rispettare il diritto dei suoi figli al suo affetto e alla sua presenza costante nella loro vita.

Ma non credo che la promessa della legge n. 54, rivolta soprattutto a tanti papà, sia stata pienamente mantenuta.

E’ una realtà oggi la bi-genitorialità? E’ una realtà l’esercizio condiviso e paritario della responsabilità genitoriale indipendentemente dalla “collocazione”, ovvero dalla “residenza privilegiata” dei figli?

Senza dubbio esiste sulla carta. Sulla carta è la regola e non l’eccezione: il papà, che non è quasi mai il genitore “collocatario” o convivente con i figli, anche se lascia la casa coniugale è comunque esercente la responsabilità genitoriale.

Il problema è che la formula che contiene la promessa di una genitorialità piena, a tutti gli effetti, si rivela presto una formula di stile, a volte perfino in contrasto con tutto quanto disposto dallo stesso giudice con lo stesso provvedimento; appare una sterile disposizione che non muta la sostanza delle cose.

Nei fatti, nella realtà di tutti i giorni, esiste ancora il genitore di serie B. Non si chiama più genitore non affidatario ma genitore non collocatario o non convivente.

E’ il genitore che ha il diritto di vedere i propri figli solo quando è stabilito nel provvedimento; non un giorno né un’ora in più se non ha il consenso dell’altro, cioè del genitore convivente. E’ il genitore che deve essere autorizzato dal giudice se desidera passare cinque minuti del suo tempo con il figlio in un giorno o un orario non stabilito. E’ il genitore che può essere escluso senza conseguenze dalle decisioni che riguardano la vita quotidiana dei propri figli. E’, nella stragrande maggioranza dei casi, il padre.

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Venerdì 26 Gennaio 2018 12:55

DIBATTITO: "Affidamento condiviso: una promessa non mantenuta"


La risposta del presidente dell’ISP, Maurizio Quilici


I padri sono cambiati, ma i giudici non se ne sono accorti!


Cara Avvocatessa,

vorrei che la sua bella, accorata e coraggiosa lettera diventasse il “Manifesto” di quanti si battono perché nel momento della separazione e dell’affidamento dei figli si rifugga dalle decisioni stereotipate, si abbia a cuore la serenità e lo sviluppo equilibrato dei minori coinvolti, si valuti con il giusto peso la rilevanza della figura paterna, si osservino lo spirito e la lettera di una legge – la n. 54 del 2006 – che ha introdotto la nuova figura dell’affidamento condiviso e che è stata bellamente tradita.

La sua lettera ha suscitato in me, assieme a molte riflessioni, sensazioni contrastanti: da un lato la soddisfazione (amara) di vedere che una giurista, un’operatrice del Diritto, conferma con la sua quotidiana esperienza quanto il nostro Istituto va dicendo dal 2006 a proposito della famosa Legge 54 e dell’affido condiviso: una legge ridotta dalla giurisprudenza a mero cambio di termini senza alcun mutamento di sostanza e senza alcun rispetto per quello che era stata la ratio del legislatore che ben altro peso voleva assegnare alla figura del padre, fino a quel momento trattato – le statistiche sugli affidamenti parlavano chiaro – come soggetto del tutto residuale e ininfluente. Tuttavia, la soddisfazione di veder confermate le nostre convinzioni e le nostre affermazioni è poca cosa di fronte al rammarico, alla delusione, diciamo pure alla rabbia, di sapere inapplicata con tranquilla nonchalance una legge dello Stato.

Lei, cara Avvocatessa, si chiede cosa è davvero cambiato dal 2006; a volte io mi chiedo che cosa è cambiato da quel febbraio 1988 in cui l’I.S.P. si costituiva e apriva una nuova pagina nella storia della paternità in questo Paese. Trent’anni di studi, di ricerche, di informazioni, di battaglie anche… per che cosa? Certamente – va riconosciuto – c’è oggi da parte dell’opinione pubblica una conoscenza dei ruoli e delle funzioni paterne di gran lunga superiore a quella di trent’anni fa, grazie a una ricca bibliografia scientifica e narrativa, film, trasmissioni radio e televisive, articoli, dibattiti, convegni…; grazie all’impegno di numerosi operatori – psicologi, avvocati, assistenti sociali, pedagogisti, sociologi… – e di numerose associazioni di padri separati e no; e grazie, soprattutto, ai padri di oggi. Che sono cambiati e lo fanno vedere. Insomma, oggi l’importanza del padre è conosciuta e riconosciuta. E i problemi dei padri sono noti, ma tutt’altro che risolti.

E’ nel mondo del Diritto, nelle aule di giustizia dove si decide della sorte dei figli nel momento, doloroso per tutti, della separazione che il tempo sembra essersi fermato. E che lo stereotipo della donna per ciò stesso “buona madre” continua a dominare. Lo vediamo ogni giorno, purtroppo: di fronte al giudice una donna non deve “dimostrare” di essere una buona madre, su di lei non incombe alcun onere della prova. Ma il padre… quanto dovrà faticare per dimostrare il suo amore, la sua capacità di empatia e accudimento, la sua importanza, la sua volontà di essere accanto ai figli.

 

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Venerdì 26 Gennaio 2018 12:52

DIBATTITO: Affidamento condiviso: una promessa non mantenuta


Il contributo del presidente onorario dell’Associazione Genitori Separeati per la Tutela dei Minori, avv. Gerardo Spira

I minori sono oggetto di mercanzia tra più parti

 

Esimio dott. Quilici,

incaricato dall’Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori, mi permetto di aprire una finestra di riflessione sulla lettera della Avvocatessa Gaetana Paesano.

Ho conosciuto la collega, per la serietà professionale, e conosco molto bene l’ambiente in cui opera il tribunale di Vallo della Lucania. Tribunale molto evidenziato con la stessa Procura della Repubblica che, resiste al sortilegio (si fa per dire) della soppressione, nonostante le dilaganti spinte di quanti lo vorrebbero lontano dalle beghe locali e territoriali

Vi sono certamente motivi nascosti di risentimenti che ne impediscono la caduta. Ma le congiure e gli intrighi fanno parte di quella cultura storica che ha visto il cilentano brigante “accovacciato” dietro la siepe.

Dopo la prima lettura ho pensato ad uno sfogo personale manifestato dal legale che opera in un contesto in cui le ragioni del diritto s’intrecciano con quelle di una cultura maliziosamente silenziosa.

Mi sono sbagliato, perché l’argomento è all’ordine del giorno e diffusamente anche nel nostro territorio.

Basta aprire un giornale per ritrovarci un articolo di cronaca.

In tutti i convegni ormai si parla di fallimento della Giustizia, di lobby e caste unite intorno alla materia della famiglia. Le accuse vanno dai protocolli di categoria alle direttive o linee guida scoperte più per rafforzare poteri ed interessi personali che per difendere diritti e interessi dei cittadini.

I patti servono a rafforzare le decisioni dei TRIBUNALI dove il DIRITTO , svilito e spogliato dei principi costituzionali del valore della famiglia, ne esce vistosamente sconfitto.

Lei sa, per aver presieduto un incontro a Perugia sul tema della famiglia, che da tempo insisto su di un argomento dimenticato o appositamente accantonato che mette tutto il sistema istituzionale italiano in cattiva luce, minando dalle fondamenta principi e valori della Giustizia.

La giustizia si conclude nelle aule dei tribunali, ma nasce, cresce e si sviluppa in tutte le sedi istituzionali coinvolte (dentro ci sono tutti: magistrati, operatori sociali, ordini professionali e anche la chiesa). Nessuno fa il proprio dovere. Nessuno aiuta La Giustizia a fare il proprio dovere. La collega Paesano definisce la legge 54/2006 “una promessa non mantenuta e lo dice dopo oltre 20 anni di professione. Ne aspetterà ancora se non viene guastato il gioco.

Ha scoperto quindi che la volontaria giurisdizione non esiste, che il giudice in questa materia non fa più il proprio mestiere, è divenuto uno pseudopsicopedagogo; che le decisioni del Tribunale vanno in una direzione sbagliata e che i minori sono oggetto di mercanzia tra più parti. Ha scoperto che nelle istituzioni italiane si perpetra il più grande tradimento della Costituzione e il più grande delitto contro la famiglia. Ha scoperto che la legge 54 del 2006 è carta straccia e che le sue norme sono fili strategici in mano al giocoliere di occasione. Eppure nei banchi dell’università ci hanno insegnato, almeno nella mia epoca i professori lo facevano, che i principi sono fondamenti insopprimibili se non adeguatamente modificati, che le norme impositive sono cogenti, di immediata applicazione e che la lettura della legge deve avvenire in modo sistematico. Che anche se applicata singolarmente la norma deve essere collegata alle finalità della legge.

 

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Venerdì 19 Gennaio 2018 18:01

Le responsabilità dei servizi socio-sanitari.

Inadempienze della legge 241/90. Reato di omissione di atti di ufficio. Accesso agli atti. Note di diritto.


Reato di omissione di atti di ufficio


di Avv. Gerardo Spira*

Siamo ad un punto nevralgico del rapporto-fiducia tra Pubblica amministrazione e cittadino.

Mentre il legislatore col decreto legislativo n.33 del 14 marzo 2013, ha rimarcato e riordinato l’obbligo per la P.A di dare, pubblicare e diffondere le informazioni sulle sue attività, vi è ancora una frangia dell’organizzazione burocratica degli Enti territoriali che resiste alla legge, impedisce l’accesso agli atti, e omette il procedimento amministrativo.

Già con la legge n.15/ del 2005, di modifica della legge n. 241/90, il legislatore ha ulteriormente superato il concetto di interesse legittimo ad accedere agli atti pubblici collocandolo nel mondo giuridico come “diritto”.

Con l’ultimo decreto n.33 del 2013 il legislatore è andato ancora oltre i dubbi e le incertezze burocratiche, parlando di obbligo della pubblicità, della trasparenza e dell’informazione, di diritto di accesso civico di chiunque, senza alcuna limitazione di legittimità, gratuitamente e senza alcun obbligo di motivazione.

In sostanza il legislatore ha aperto il diritto verso il coinvolgimento del cittadino in tutta l’attività pubblica, attribuendo alla normativa carattere cogente (imperativo), di immediata applicazione. Gli atti che si formano nel mondo della P.A. non possono essere negati a chi ne ha diritto e interesse; documenti e provvedimenti vanno pubblicati per consentire al destinatario di essere informato, di partecipare e manifestare il diritto di salvaguardare posizioni giuridicamente rilevanti, definite dalla legge” diritti soggettivi”.

 

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Venerdì 19 Gennaio 2018 17:54

Gli abusi dei Tribunali italiani


Quando si nega ai minori la presenza dei nonni


Avv. Francesco Valentini

I diritti dei nipoti a frequentare i nonni continuano ad essere sottovalutati o, spesso, omessi dai tribunali minorili e da quelli ordinari nelle cause di affido dei minori, nonostante la legge italiana sia molto chiara in merito e nonostante la stessa Italia sia stata pesantemente condannata dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (Cedu) per la violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea da parte dei tribunali in materia minorile (sentenza del 20 gennaio 2015 - caso Manuello e Nevi).

La Corte Edu, accogliendo il ricorso di due nonni italiani condanna lo Stato italiano per non aver protetto il cittadino da interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche e per non aver adottato “misure concrete ed adeguate”, come suo dovere, per rendere effettivo il suo diritto alla vita privata o familiare. Dette misure – sottolinea la Corte europea – devono essere prese rapidamente perché, come in questo caso, le lungaggini burocratiche o le omissioni possono avere conseguenze irrimediabili per le relazioni nipoti-nonni.

La Corte europea afferma, in definitiva, che spetta allo Stato mettere a disposizione dei cittadini, soprattutto quando minorenni, tutti i mezzi giudiziari che consentono il rispetto dei loro diritti ed il rispetto dei provvedimenti giudiziari a tutela di tali diritti, anche prevedendo misure specifiche che si rendono opportune nei singoli casi concreti. Quando lo Stato italiano si sottrae a far rispettare i diritti di nonni e nipoti, come pure quelli di genitore e figli, si rende responsabile di omissione di controllo e la Corte europea – purtroppo ripetutamente – lo condanna, anche economicamente.

L’art. 8 della convenzione europea e le condanne inflitte all’Italia dalla Cedu sono ignorati da alcuni giudici del Tribunale per i Minorenni di Venezia che il 14.10.2016 rigettavano, con condanna al pagamento delle spese, la richiesta dei nonni ad avere una frequentazione autonoma della nipote in quanto, come sosteneva il padre, potevano vederla quando era con la madre.

 

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Giovedì 04 Gennaio 2018 10:22

Riceviamo e pubblichiamo


Non basta il gesto di un giorno di festa

per tranquillizzare la propria coscienza

dai delitti che quotidianamente si commettono contro i minori.

 

Stimato prof. Ubaldo Valentini, vi è sempre un momento in cui l’uomo, nel corso della sua vita, si ritrova a fermarsi e a riflettere sulla importanza della scelta di cambiare il percorso della propria esistenza.

Ho conosciuto tantissime persone nella mia vita professionale, di ogni livello culturale e di qualsiasi “specie” politica, fino alla sommità dello Stato. La maggior parte di esse, perseguivano finalità spiccatamente individualistiche. Poche, pochissime spinte naturalmente e disinteressatamente verso il bene degli altri, degli ultimi, di quelli che in silenzio restano seduti ai margini del marciapiede. Eppure di ultimi e di invisibili questa società ne è piena, stracolma! Basta fermarsi durante il cammino e guardarsi intorno o nei luoghi di maggior incontri, dove frettolosamente si corre per fare acquisti o assistere ad abbaglianti rappresentazioni.

E’ accaduto anche a me! Vi è stato il momento in cui ho dovuto fermare la mia corsa per organizzare la mia vita professionale contro persone e istituzioni che tentavano di dare picconate alle fondamenta del mio progetto di famiglia, costruita con grande impegno solidale. Il tarlo della separazione era entrato anche in casa mia, con tutti gli effetti pericolosamente corrosivi. Armato di studio e penna, ho affrontato il “MOSTRO” comparso in questa società che si dichiara evoluta, fortemente corazzato dei principi e dei valori della logica del diritto, vera ed unica fiaccola della Giustizia, profondamente ispirati e sentiti.

Durante il percorso è spuntato un bel giorno di quasi 4 anni fa, tra i tanti che avevo visitato, il sito dell’“Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori”. Leggendo con attenzione ho compreso di trovarmi di fronte ad un livello culturale diverso, non il solito e non di genere, con un approccio libero da compromessi istituzionali, contro le sofferenze dei genitori colpiti dalla disgrazia della separazione, ma soprattutto contro il delitto verso i minori che si perpetra quotidianamente nelle aule della Giustizia italiana.

 

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Giovedì 04 Gennaio 2018 10:18

Riceviamo e pubblichiamo


Avete ascoltato la mia disperazione


Ricordo con tanta tristezza ma anche con un grande sentimento di gratitudine nei tuoi confronti, Ubaldo, quella notte di tanti anni fa, quando ormai disperato perché mi veniva impedito di vedere quello che io chiamavo "il mio patatino", (oggi un ragazzone grande e robusto), durante la quale alle dieci di sera, dopo tante ricerche di aiuto inascoltate rivolte ai servizi sociali e dopo le dichiarazioni di “arresa” senza combattere di avvocati che si rifiutavano di reagire contro "quel sistema", trovai sulle pagine gialle il numero dell’associazione.

Quella notte ti chiamai e tu, con grande umanità hai ascoltato il sottoscritto fino alle due di notte. Siamo stati al telefono quattro ore, hai raccolto la mia disperazione e mi hai dato speranza.

Se oggi ho un bellissimo rapporto con mio figlio, se sono riuscito in questi anni a stargli vicino, a crescerlo e a fare il genitore, forse ancora più presente rispetto a genitori che vivono in una condizione diciamo normale, è solo e soltanto grazie a te, all'Associazione e ovviamente al grande amore che ho da sempre nutrito nei confronti di mio figlio. Non finirò mai di ringraziarti. Auguri di buon anno. A presto.

Stefano Volpi

 
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