Dossier


Una madre attende Giustizia da 11 anni Un tribunale minorile da chiudere, subito! PDF Stampa E-mail
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Giovedì 03 Agosto 2017 16:30

Al Tribunale minorile di Genova la Giustizia è amministrata non in nome del popolo italiano! L’assurda odissea di una madre francese.


Una madre attende Giustizia da 11 anni

Un tribunale minorile da chiudere, subito!


Una vicenda atroce che dimostra la indifferenza e/o strafottenza di chi dovrebbe tutelare i minori, sempre. Non esprimiamo valutazioni di merito che spettano ai giudici e agli organi di controllo sul loro operato, ma abbiamo l’obbligo di denunciare ritardi ed omissioni, segnalati e protetti in una parte della regione Liguria in cui il Tribunale per i minori di Genova, spesso è assurto all’onore della cronaca per la facilità con cui toglie e separa i figli dai genitori. Il nostro caso non è solo incredibile, ma assurdamente sconcertante per l’irrispettoso comportamento dei protagonisti, al limite della decenza giudiziaria.

Nei prossimi giorni parleremo di un’altra vicenda simile a questa dove una madre è stata dichiarata decaduta dalla responsabilità genitoriale e il suo ricorso per la revisione del provvedimento con tanto di documentazione resta nel cassetto del giudice senza risposta alcuna. Siamo, in questo altro caso, in presenza dello stesso “chiacchierato” giudice, di una assistente sociale inattendibile – condannata anche dallo stesso ordine di cui fa parte per il suo operato relativo al caso che tratteremo -, di un avvocato nominato dal T.M. quale tutore di una minore e condannato per il suo operato, degli stessi giudici onorari.

Nel caso che sotto riportiamo c’è pure la figura di un magistrato nominato, chissà perché, difensore civico regionale, il quale dalla elevata ignoranza, in accordo con il responsabile del Comune dove operano i servizi sociali della figlia della madre francese, ha negato l’accesso agli atti come previsto dalla legge 241/90. La discrezionalità presunta è diventata comune metodo, per molti rappresentanti dello Stato per prevaricare, comprimere diritti dei cittadini ed abusare della legge.

Da 11 anni questa donna di nazionalità francese lotta per vedersi riconosciuto il diritto a frequentare la figlia, a viverla come madre e a curarne le sensibilità di donna. Da undici anni il Tribunale di Genova, si palleggia la questione e non riesce ad emettere una decisione sulla vicenda, tenendo la donna nel pallone e lasciando che intanto il tempo faccia un miracolo. Abbiamo bisogno di giudici capaci di prendere decisioni con rapida responsabilità. Questo caso sottratto alla giustizia è costato milioni di euro tra giudici, personale del comune ed avvocati.

Dove sono finiti i principi di efficienza, di efficacia ed economicità tanto voluti dalla legge? Come mai il CSM, a cui è stata sottoposta questa vicenda (come pure l’altra che pubblicheremo nei prossimi giorni) e la Corte dei Conti, per quanto riguarda lo sperpero di danaro pubblico, non mettono le mani sulla situazione di questo tribunale, impenetrabile ed oscuro?

Che cosa impedisce di aprire una inchiesta seria su ciò che accade, sui procedimenti, aperti e non chiusi per lungo tempo, su personaggi e soggetti che circolano, sempre gli stessi, su rapporti e modalità di vita condivisa?

Non è fuori luogo fare una severa verifica sull’operato dei vari Pm di Genova e di Imperia e sui giudici coinvolti in questa vicenda per verificarne la correttezza. Indubbiamente quanto pubblicato in queste pagine potrebbe indurre qualcuno a mettere in atto ritorsioni di vario genere e la nostra associazione non mancherà di denunciare tutto al fine di garantire trasparenza e terzietà degli organi giudicanti. I figli sono dei genitori e non “giocattoli” in mano alle istituzioni pubbliche che dovrebbero tutelarli con solerzia sempre ed ovunque. L’assistente sociale non ha alcun potere di legge di sospendere gli incontri protetti made-figlia a sua discrezione e il giudice non può avallare questo abuso dopo neve mesi. Questi signori sono stati ricusati, ma inutilmente. Che cosa li lega a qualcuno che dirige il caso?

Ultima annotazione. Il giudice di genere, anche relatore, titolare del procedimento, da undici anni non sente personalmente la minore, i genitori, i loro avvocati, delegando il giudice onorario, anche nell’audizione della mino9re avvenuta senza alcuna garanzia per la minore stessa, ed ignora le Ctu di qualificati professionisti di psicologia dell’età evolutiva, da lui non designati. Invitiamo a scriverci il vostro parere a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . Provvederemo a pubblicarli, anche in forma anonima, e ad inoltrarli sia al presidente del T.M. di Genova che agli organi superiori a cui spetta il dovere del controllo, fino ad oggi, eluso nonostante specifiche denunce.

***

Una giovane donna francese si è trasferita a Menton presso un’amica avendo trovato un nuovo lavoro in quella zona. Durante una serata in discoteca, incontra un attraente giovane italiano. Nasce, fra loro, una simpatia che ben presto si trasformerà in qualcosa di più impegnativo. Lei ha trent’anni e lui è di un anno più grande. Convenzionalmente li chiameremo Lucia e Luca.

La donna, dopo alcuni mesi, rimane incinta e il fidanzato la convince ad abortire. Lucia, rientrata a casa dopo l’intervento, nella notte accusa atroci dolori al basso ventre e, vivendo da sola, chiama il fidanzato per essere accompagnata nuovamente in ospedale non potendo contattare il medico di famiglia. Luca si rifiuta di aiutarla e nelle ore successive non si preoccupa nemmeno di accertarsi sul suo stato di salute.

Il lunedì mattina, Lucia viene visitata dal medico di famiglia che la fa immediatamente ricoverare in ospedale per un delicato intervento a seguito del mal riuscito aborto. Alla signora viene detto che diventerà sterile in caso di altri aborti. Lucia, a causa della sua indifferenza, interrompe i rapporti con Luca che, dopo alcuni mesi, si rifà vivo per riprendere la relazione.

Lei, sebbene titubante, gli concede di nuovo fiducia. Si frequentano con assiduità e dopo alcuni mesi Lucia rimane nuovamente incinta, nonostante l’uso di anticoncezionali. Luca diviene nervoso, la maltratta e pretende ad ogni costo che faccia nuovamente ricorso all’aborto ma, dinnanzi al suo fermo rifiuto, incomincia a minacciarla, ad insultarla e perfino a picchiarla. Passati i tre mesi, Luca pretende che lei si rechi con lui in Inghilterra dove, a suo dire, sarebbe possibile abortire fino al quinto mese. Lucia avvicinandosi la data del parto, teme sempre più per la sua incolumità, visto che sente il suo campanello suonare a tutte le ore della notte e che Luca la minacciava dicendole che le aprirà la pancia per fare uscire il bambino, da lui chiamato “il bastardo”.

Lucia rinuncia al lavoro, si reca in Comune per fare il riconoscimento di maternità prima della nascita, così che la bambina acquisirà il suo cognome e il successivo riconoscimento del padre potrà avvenire solo se da lei autorizzato e, comunque, il cognome di Luca sarà aggiunto a quello materno. Su consiglio del medico, si trasferisce presso i propri genitori, a mille km. di distanza dalla cittadina della Costa Azzurra, dove dà alla luce una bella bimbetta.

La madre di Lucia avvisa il padre del lieto evento, il quale dopo cinque giorni si reca in ospedale, non chiedendo di vedere la figlia, come sarebbe logico, ma ripetendo con insistenza a Lucia che, nonostante non l’abbia mai voluta, è disposto a riconoscere la figlia e che in futuro non vorrà avere alcun rapporto con la madre.  La madre, con la preoccupazione che la figlia abbia il cognome del padre,  acconsente al riconoscimento che avviene dopo i termini temporali previsti dall’ordinamento francese.

Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Settembre 2017 15:15
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Conferenza Aosta (8.5.2017) e Cesena (9.5.2017). PDF Stampa E-mail
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Giovedì 25 Maggio 2017 09:46

Conferenza Aosta (8.5.2017) e Cesena (9.5.2017).

 

L'affido condiviso alternato

per la centralità dei minori

 


Avv. Gerardo Spira *

Prima di parlare di centralità dei minori in caso di affidamento alternato, dobbiamo porci la domanda: è stata attuata in Italia la legge n.54/2006 cosiddetta legge sul condiviso? I figli minori sono stati sempre posti al centro della problematica delle coppie separate?

Ancora oggi, dopo la convulsa discussione sul problema delle famiglie separate e nonostante qualche voce isolata ponga con forza la necessità di applicare la legge, nella maggioranza dei casi i figli vengono collocati presso la madre e soltanto in caso di incapacità riconosciuta a questa (disturbi mentali, uso di sostanze e abbandono o per serie difficoltà personali) vengono collocati presso il padre.

La prassi, per la Giurisprudenza italiana, è la collocazione dei minori presso la madre e soltanto in via eccezionale e residuale i figli vengono collocati presso il padre.

E' diffusa nella convinzione dei giudici l'idea che i figli devono convivere prevalentemente con la madre, e qualsiasi prova contraria ben documentata e sostenuta con relazioni e pareri di eccellenze scientifiche si infrange sul muro del diritto. Insomma la legge 54/2006 secondo la teoria dell'umore del cordone ombelicale non va applicata.

Ognuno di noi ormai, direttamente o indirettamente è stato toccato dal problema e ognuno sulla scorta della cultura giuridica o delle nozioni di diritto, si è inevitabilmente scontrato con due istituzioni deputate per legge a risolvere “il caso”: la giustizia e i servizi sociali.

Mentre la legge italiana, pur con evidenti difficoltà politiche, si è adeguata alle trasformazioni sociali e all'evoluzione della scienza che insiste nel ritenere la funzione del padre di primaria e fondamentale importanza per una crescita equilibrata del figlio sin dalla nascita (legge 54/2006, legge 219/2012, d.lgs. 154/2013), nelle aule dei tribunali riscontriamo difformità tra legge e prassi, le cui conseguenze ritroviamo nei provvedimenti rifiutati anche da un comune uomo della strada.

Non solo la Giustizia ha mancato di rispettare la legge, ma soprattutto lo Stato con le sue istituzioni, trascurando l’importante ruolo di vigilanza e di controllo nelle fasi di applicazione della stessa.

Clamorosa è stata l'emanazione della direttiva del ministero dell'Istruzione n.5336 del 2.9.2015, diramata a tutte le scuole italiane con la quale, dopo il solito preambolo di riconosciuto sostegno giuridico, il ministro, dopo oltre dieci anni dall'approvazione della legge 54/2006, ha dichiarato che “nei fatti, la legge non ha mai trovato una totale e concreta applicazione”.

Intanto in questi dieci anni nella società e nelle famiglie è accaduto di tutto: dalla discussione sulla delega ad accompagnare il bambino a scuola a quello della riconsegna nelle fasi alterne dell'affidamento, con le conseguenze interpretative ed applicative da parte delle dirigenze scolastiche, rifiuti e omissioni che hanno inciso sulla vita dei figli e su quella dei genitori non collocatari. Insomma una guerra inutile e stupida che ha aggravato le situazioni conflittuali e provocato tensioni e piazzate davanti alle scuole, finite inevitabilmente davanti alle forze dell’ordine e quindi in sede penale.

Ciò per assenza di coordinamento giudiziario nella fase esecutiva dei provvedimenti o di una direttiva chiarificatrice. Eppure la legge obbliga il Giudice a vigilare durante la fase esecutiva dei procedimenti e sui provvedimenti. I provvedimenti infatti vanno inviati al P.M il quale deve interessare il Giudice tutelare.

Purtroppo, nel nostro Paese chi decide non controlla e quando viene denunciata questa mancanza, il funzionario chiamato si appella alla competenza di altri, come   buona scusante per lo scarico barile.

Invece non è così. Nel Nostro Ordinamento Giuridico vale il principio della responsabilità funzionale che lega ciascuno di noi alle decisioni assunte.

Il ministro della Istruzione si è ricordato dopo dieci anni dall’approvazione della legge 54 di emanare una circolare esplicativa. I dirigenti scolastici, preoccupati della corretta applicazione della legge si rivolgono al Ministero per una risposta puntuale sul caso interposto. E intanto il genitore ha dovuto attendere davanti ai cancelli della scuola i lenti tempi della burocrazia, prima di vedere chiarito e riconosciuto il suo diritto.

Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Maggio 2017 09:56
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Ciò che nessuno dice PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 08 Febbraio 2017 10:24

Ciò che nessuno dice

Percorso protetto:

contraddizioni e mancate garanzie


avv. Gerardo Spira *

 

Del cosiddetto percorso protetto la legge non parla, e nel DPR n. 616 del 1977 si discute in generale della materia dell'assistenza sociale affidata ai Comuni. La delega ne prevede la competenza disciplinare alle Regioni.

Le leggi regionali pur intervenendo sul tema dell'assistenza sociale, lo hanno trattato in via generale negli aspetti più marcatamente avvertiti, delegando ai Comuni l'organizzazione strumentale di supporto alle Istituzioni come la Magistratura. Non troviamo alcuna disciplina riguardante la tutela del minore nei rapporti con la famiglia e con i genitori separati o divorziati. Troviamo invece molto approfondito l'argomento sui minori dalla legislazione internazionale e da quella Europea come: La Carta delle convenzioni internazionali, le direttive europee, la Carta di Noto, le linee guida del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, la Scheda dei diritti umani, leggi e documenti che insistono sull'obbligo di prestare ascolto al minore, di rispettare la sua personalità e i suoi diritti. L'art 9 della ”Convenzione dei diritti dell'infanzia O.N.U 1989” stabilisce “che il bambino deve mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando è contrario al maggior interesse del bambino”.

Dunque la convenzione privilegia due condizioni: le relazioni personali con entrambi i genitori e il superiore interesse del minore. Gli operatori, giudici e servizi, hanno l'obbligo di indirizzare le norme in tale direzione. E' violazione di legge quando si toglie un genitore al minore. E' un abuso quando si impone un percorso protetto al genitore col quale il minore vive ottima relazione. Nell'uno e nell'altro caso giustizia e servizi si muovono contro il superiore interesse del minore.

Che cosa è il percorso protetto?

È un cammino imposto, in spazi neutri, teoricamente a sostegno dei diritti dei bambini e degli adolescenti per il mantenimento della relazione con i genitori non collocatari.  La legge non ne parla e neppure esistono normative di settore regionali o locali. Gli studi di settore, attraverso l'evoluzione scientifica della problematica, hanno portato alla nascita di un metodo capace e idoneo a mantenere e garantire i rapporti tra genitori e figli, allorquando insorgono cause di frattura dell'equilibrio familiare e del minore.

La prassi metodologica è divenuto sistema di regime attraverso il protocollo, richiamato in Regolamenti o convenzioni approvati dalle Regioni. Il percorso protetto è tracciato per linee nella convenzione che tiene conto degli interessi del minore e soprattutto degli obiettivi finalizzati a recuperare e mantenere le relazioni tra genitori e figli.

Pertanto, è errato e pregiudizievole un percorso imposto al genitore che ha una normale relazione col figlio, perché viene alterato il rapporto e il benessere vissuto. Questa fase deve essere delicatamente e approfonditamente affrontata da tutte le parti in causa. Poiché la vita di relazioni tocca aspetti sentimentali ed affettivi, al giudice del tribunale minorile è riservato un compito di grande equilibrio nel superiore interesse del minore e cioè quello di assicurare la partecipazione e la presenza di entrambi i genitori.

Il tribunale ha l'obbligo quindi di usare e adottare tutti gli strumenti utili per valutare condizioni e circostanze, prima di disporre un percorso limitativo della relazione vissuta tra il genitore ed il figlio. Quando poi sorge la necessità accertata concretamente secondo la quale è utile ed importante il cammino, per avvicinare il genitore al figlio, il progetto non deve limitarsi ad una generica ed astratta dichiarazione di intenti, ma deve riportare la linea guida e concreta adatta al caso, con la metodologia da seguire.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Febbraio 2017 17:58
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Quando la giustizia sbaglia, il danno è pagato dal cittadino. PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 18 Gennaio 2017 11:24

Quando la giustizia sbaglia, il danno è pagato dal cittadino.


E’ obbligo dello Stato attivare

l’azione di regresso

nei confronti del giudice responsabile

 


Avv. Gerardo Spira*

La famiglia nell’evoluzione storica della moderna società, si fa per dire, ha subito una trasformazione che ha comportato inevitabilmente l’adeguamento della disciplina giuridica al diverso modo di intendere i rapporti e le relazioni.

Il disfacimento del principio e le conseguenze civili sulle persone e sulla prole hanno spinto il legislatore ad adeguare gli istituti giuridici conseguenti al matrimonio per tentare di arginare una falla divenuta metodo allargato di contenziosi e miraggio di affari incontrollati.

Il legislatore si è mal posto nella problematica e la giustizia, approfittando dell’incertezza si è posta quasi sempre di traverso alla volontà politica, aprendo un profondo solco di discussione, con interpretazioni che sono risultate nel tempo contrarie agli interessi di una società preordinata al bene comune.

Con la legge 54 del 2006 si pensava che l’istituto della famiglia separata avesse trovato pace ed equilibrio. Invece non è stato così! I conflitti portati davanti ai giudici sono finiti nell’arena degli scontri, in cui tutti hanno gareggiato a fare danni, sapendo che alla fine avrebbero pagato soltanto due soggetti: lo STATO e il MINORE.

Il giocattolo si è rotto ed invece di sostituirlo con uno nuovo, si è cercato di ripararlo, lasciandolo sempre nelle mani di coloro che lo hanno usato male.

La società, quella formata da un padre e da una madre, da nonni, da zii e da nipoti e da intrecci relazionali assorbe le notizie con sgomento perché si rifiuta di riconoscere una Giustizia che invece di unire divide persone e figli come se si trattasse di selezionare in un paniere le mele buone da quelle marce.

Nella diffusa cultura morale della nostra società il minore è ritenuto  la sintesi essenziale della famiglia, da cui nessuno può prescindere, e men che meno il Giudice, chiamato a decidere.  Un figlio non è un oggetto o una cosa qualsiasi, ma il valore primario della società, anche per quella cosiddetta globalizzata. E meno male!

Una società senza valori va riposta agli antipodi della civiltà.

I provvedimenti giudiziari, emessi dai Tribunali da Nord a Sud che dividono i figli dalla famiglia sono comunque esempio di mala Giustizia, di una giustizia che vive estranea agli umori della società e insensibile agli scontri che toccano i sentimenti.

Rinveniamo nei PQM dei Tribunali ragionamenti che non hanno nulla a che fare con la finalità della legge e con quelle di una società preordinata ad uno sviluppo pacifico ed equilibrato.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Gennaio 2017 18:28
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Assenza del contraddittorio nella fase amministrativa e conseguenze sulla decisione PDF Stampa E-mail
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Venerdì 16 Settembre 2016 15:58

Assenza del contraddittorio nella fase amministrativa e conseguenze sulla decisione

 

I Servizi sociali e la Giustizia minorile

 

Avv. Gerardo Spira*

 

Da più parti si sostiene la necessità e l'urgenza di intervenire nel mondo della giustizia minorile in quanto gli Istituti che disciplinano la materia in diritto civile ed in quello processuale sono stati superati dall’evoluzione dei rapporti sociali e dal cambiamento che hanno subito la famiglia e la convivenza tra soggetti.

Il giudice minorile non si è adeguato neppure all'evoluzione normativa della legge 54/2006. Infatti la giurisprudenza dopo l’entrata in vigore della legge ha privilegiato quasi sempre, se non sempre, la donna con l’affidamento esclusivo, attraverso ragionamenti di pura alchimia giuridica, affondando definitivamente il concetto di matrimonio e aprendo un solco profondo nel rapporto genitore-figlio.

Più che di giustizia abbiamo avuto una giurisprudenza di genere, quasi che il problema riguardasse la donna vittima del conflitto di coppia e non la società che ne subisce poi le conseguenze.

Abbiamo davanti agli occhi e nella mente le immagini strazianti di bambini trascinati nei tribunali, allontanati dai genitori o da uno di loro, famiglie intere che vivono il dramma della situazione, nonni in pena davanti al Tribunale per vedere il nipote o per averlo in famiglia per qualche tempo di vacanza. Cultura questa che non ha trovato adeguata attenzione nella giurisprudenza se non a latere del conflitto.

Insomma il diritto di famiglia viene sottoposto a condizioni e limitazioni contro anche la morale comune della convivenza civile.

E’ opinione diffusa che le istituzioni e coloro che le rappresentano non facciano bene e giustamente il loro mestiere.

Nei provvedimenti giudiziari, oltre alle corbellerie formali leggiamo di tutto: di premesse e presupposti che portano a decisioni che sono veri e propri obbrobri giuridici, come se la giustizia fosse un bene di proprietà privata e non invece un valore della Comunità amministrato per il bene e l’interesse pubblico.

Il giudice minorile non ragiona secondo rito processuale, ma sotto l’effetto di una cultura pseudo-psico-pedagogica. Egli non fa il giudice, ma l’interprete di situazioni sentimentali, sostituendosi alle teorie scientifiche, manipolate e adattate malamente al momento.

 

Nessun tribunale può emettere provvedimenti che riguardano affetti e sentimenti del minore.

Nei conflitti troviamo poi i servizi socio-sanitari, pur essi, quasi sempre di genere, che soggiogati alla volontà del giudice non si muovono come ausilio di mediazione familiare, bensì come supporto interpretativo che porta alla sottrazione del minore alle cure di entrambi i genitori, aggravando il conflitto e pregiudicando la vita di relazioni con i figli.

Premesso che la volontaria giurisdizione non esiste, per tante ragioni ben fondate nella discussione sul giusto processo, il processo poggia su tre momenti essenziali: contraddittorio, difesa, impugnabilità. Se questi mancano il processo non è processo.

Parto da qui per sviluppare il tema che mi sono posto.

Il giudice, quando chiamato in una questione di separazione o di divorzio, apre la fase processuale, attiva anche le strutture socio-sanitarie, per eventualmente avere a disposizione il quadro completo per una decisione giusta ed equilibrata.

I servizi sociali, invece di porre la vicenda in un percorso corretto secondo una metodologia scientificamente disciplinata e legislativamente normata, agiscono con criteri discrezionali e soggettivi, favorendo quasi sempre una decisione che risulta contro gli interessi del minore e contro i principi ed i valori della società.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Settembre 2016 16:02
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