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Mercoledì 10 Febbraio 2016 11:16

Case famiglia, comunità protette, famiglie affidatarie

Un business per tanti e senza nessun controllo

 

Dagli orfanotrofi alle case famiglia, agli istituti protetti e alle famiglie affidatarie il passaggio è stato breve e da un ruolo supplente di certe strutture di volontariato si è passati a strutture “razionalizzate” e finanziate con tanti soldi inserite in un piano di politiche sociali. Ciò ha comportato la reinvenzione del ruolo dei servizi sociali che da interventi assistenziali generici sono divenuti “gestori” delle problematiche sociali, soprattutto minorili e familiari. Tutto bene, si dirà. Ma non è stato così perchè si è costituita una casta che fa il bello e il brutto tempo nella gestione delle emergenze e, purtroppo, anche nel crearle anche laddove non esistono.

La politica va a nozze con questa istituzione della pubblica amministrazione che, assieme ai vari centri di genere e delle strutture legate alla tutela dei minori e della famiglia da essa “protetta”, porta consensi elettorali e - perché no? - anche tanti soldi nelle tasche di chi non ne ha diritto. Questo spiega perché i vari assessori regionali e comunali, come i responsabili delle istituzioni, si arrabbiano se si chiede loro chiarezza, trasparenza e controlli veri. Per loro tutto va bene a prescindere delle evidenti incongruenze. Questo modo di fare, però, alimenta solo i dubbi sulla loro opportunità di esistere così come funzionano attualmente.

E’ ormai inderogabile una gestione trasparente dei servizi che tanto costano alla collettività e che spesso sono dannosi anche a chi dovrebbero essere tutelati. Occorre, in primo luogo, vedere e sapere chi sono i “padroni” di tutte queste strutture, quali collegamenti possano esistere con i politici che amministrano la cosa pubblica e con i dipendenti della pubblica amministrazione e quali lobby di fatto gestiscono questa importante fetta dei servizi sociali.

Fatta chiarezza ed eleminato qualsiasi dubbio, l’amministratore pubblico non può eludere l’obbligo di mettere in campo un protocollo d’intesa per la gestione dei servizi sociali e delle varie strutture ad essi collegate, determinandone finalità, relative modalità attuative, tempi precisi e non discrezionali, oltre ai modi e tempi delle verifiche obbligatorie. Precisate le modalità di operare è possibile anche il monitoraggio della loro efficienza tramite una commissione valutativa, professionalmente competente ed esterna ai servizi sociali stessi e all’assessorato di riferimento.

Fare chiarezza vuol dire eliminare eventuali inefficienze e allontanare dal servizio persone ed interessi che nulla hanno a che vedere con il servizio da erogarsi.

 

Queste strutture non solo non hanno un protocollo d’intesa con l’ente pubblico e con i diretti interessati (i genitori nel caso di minori) in base al quale devono rendere conto del servizio fornito, ma nemmeno rendono trasparenti le competenze scientifiche e professionali degli innumerevoli operatori coinvolti e i bilanci dei soldi pubblici di cui beneficiano.

 

Le convenzioni tra le singole strutture e l’ente locale sono spesso generiche e diversamente interpretabili, non specificono le modalità e i costi del servizio fornito e non possono essere identificate con i protocolli d’intesa che devono prevedere la presenza dei diretti interessati o di associazioni da loro delegate. Il protocollo, inoltre, è a termine e riguarda ogni singolo caso, mentre la convenzione delimita le finalità e sovente non prevede clausole di garanzia per il Cittadino che ne usufruirà e per l’ente erogatore pagante, cioè i contribuenti.

La preparazione scientifica degli addetti deve essere fatta nelle sedi deputate a formare gli operatori socio-sanitari con corsi specifici e pluriennali e non con surrettizie iniziative di poche ore, spesso gestite direttamente dai centri interessati.

Chi sbaglia deve pagare e il servizio deve essere tolto a chi non ne ha competenza scientifica e professionale. La realtà quotidiana dei minori non può essere gestita con poche nozioni spesso troppo ovvie o manualistiche.

Nelle separazioni dei genitori con figli minori è consuetudine coinvolgere i servizi sociali nelle decisioni che, al contrario, sono di esclusiva competenza del giudice, come energicamente e ripetutamente ricordato da Strasburgo. I servizi sociali devono relazionare all’autorità giudiziaria e non proporre i provvedimenti da prendere.

Con troppa facilità, nelle conflittualità tra i genitori - spesso riconducibili proprio all’operare di tribunali e servizi sociali incuranti delle pari opportunità genitoriali - si richiede la mediazione familiare e la psicoterapia – nonostante che la Cassazione abbia ribadito che non possono essere imposti - la costosa Ctu, la presenza di fantomatici educatori familiari e di esperti vari. Non esiste contraddittorio tra genitori e i servizi sociali e il genitore non viene mai messo nella condizione di avere riscontro sottoscritto e/o videoregistrato degli incontri e dei procedimenti sociopsicologici a cui viene sottoposti lui e i suoi figli.

Il genitore, soprattutto quello la cui genitorialità è, di fatto, negata, viene estromesso dalla vita dei propori figli da chi dovrebbe garantire la tutela della genitorialità stessa.

Se poi il genitore emargimnato osa pretendere il rispetto dei diritti dei propri figli e suoi, allora rischia vedersi private della responsabilità genitoriale. Se a protestare sono ambedue i genitori, allora i figli vengono affidati ai servizi sociali o, come spesso accade, vengono anche dati in affido temporaneo a famiglie affidatarie, a case famiglia o ad istituti.

Quanto costano queste strutture e chi verifica l’operato delle famiglie affidatarie? I servizi sociali e certe richieste non avranno mai risposta!

Ci sono famiglie che hanno in affido tanti minori, ricevendo dall’ente pubblico ingenti somme: dai due ai quattrromila e più euro al mese che, moltiplicati per tanti minori, rendono tanto. Educare non vuol dire solo “custodire” i minori ma aiutarli a crescere sereni e liberi. Ovviamente nessuno verifica tutto ciò.

I figli appartengono ad ambedue i genitori anche quando gli stessi sono in difficoltà ed ambedue i genitori devono essere messi nella condizione di esercitare al meglio la propria genitorialità.

 

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