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Martedì 01 Ottobre 2019 08:37

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Valle d'Aosta, bambina tolta alla madre

in base alle relazioni "top secret" dei servizi sociali


Venerdì, 27 Settembre 2019 17:16

 

AOSTA.

Quella che pubblichiamo oggi è la testimonianza di una donna, una madre, cui è stata tolta la figlia perché ritenuta incapace di prendersene cura. Alla base di tutto ci sono le relazioni dei servizi sociali che né lei né il padre della bambina hanno mai visto.

Come è iniziata la sua vicenda?
«E' iniziata con la nascita di mia figlia nel 2009 con un cesareo d'urgenza. Era in buona salute, ma i primi giorni in ospedale non sono stati facili: non digeriva il latte, rigurgitava spesso, in più non dormiva ed io ero molto stanca. Ho chiesto così di vedere una psicologa dell'ospedale, una persona molto disponibile. Poi, una volta arrivati a casa, le cose sono migliorate».

Il rapporto con tua figlia è migliorato?
«Sì, anche perché non ero più da sola. C'era mio marito, che all'epoca era il mio compagno, ed anche sua madre. Ci davamo il cambio durante i giorni e le notti. Ho anche cambiato tipo di latte e la bambina ha continuato ad aumentare di peso. Stava bene».

Avevate un supporto psicologico?
«No».

Lavoravate?
«Io in quel periodo facevo dei lavoretti. Mio marito invece aveva perso il lavoro quando ero rimasta incinta e nonostante curriculum e colloqui non era riuscito a trovarne un altro. Ha deciso di rivolgersi agli assistenti sociali per capire come potersi muovere, se c'erano altre possibilità. Io non ero d'accordo, ma ci siamo messi in contatto con una assistente. E' stato così inserito nei Lavori socialmente utili che sono temporanei e sembrava ci sarebbe stata la possibilità di un lavoro più stabile. I servizi sociali da questo punto di vista non ci avevano mai segnalato criticità».

Poi?
«Dopo circa un anno ci è arrivata una lettera da parte del Tribunale dei Minori di Torino. C'era scritto che dovevano accertare l'abbandono di minore e se la minore era adottabile. Per noi è stata una doccia fredda. Nessuno era mai venuto a casa per fare dei controlli, nessuno ci aveva anticipato questa cosa e non capivamo su quali basi fossero arrivati ad una richiesta del genere.»

Era dovuto a delle relazioni?
«Relazioni dei servizi sociali che io ancora oggi non ho visto».

Avete chiesto di poter vedere gli atti?
«Eravamo inesperti e non ci era mai capitata una cosa del genere, quindi ci siamo affidati ad un avvocato segnalatoci dal tribunale che però ha fatto più danni che altro».

Dopo aver ricevuto quella lettera si è messa in contatto con l'assistente sociale?
«Ero arrabbiatissima, litigai per telefono con lei. Lo stesso pomeriggio abbiamo avuto un colloquio e mi ha spiegato che volevano accertarsi delle condizioni della bambina. Dicevano che lei doveva andare al nido, che però non è obbligatorio. Tra l'altro a 15 mesi, dopo un vaccino, aveva avuto una reazione avversa: aveva smesso di parlare, non mi guardava più in viso, non si relazionava più con le persone. Lo avevo fatto notare subito all'assistente sanitaria ed alla pediatra e dopo diversi consulti le hanno diagnosticato un disturbo dello spettro autistico. Così abbiamo iniziato le terapie e l'abbiamo mandata al nido per agevolarla nel percorso. Mia figlia però andava malvolentieri dalla logopedista. Abbiamo chiesto di cambiarla e lì qualcosa è cambiato. Nelle relazioni, a quanto pare, iniziavano a scrivere che non volevo farle fare terapia e che non mi rendevo conto della sua situazione».


Al Tribunale dei minori cosa è accaduto?
«Abbiamo fatto un colloquio di 40 minuti con il giudice e ci hanno poi detto che tutto sarebbe stato mandato all'avvocato e al curatore speciale. Per quasi un anno nulla è accaduto. Fino a dicembre, quando mi è stato detto che dovevo entrare in una comunità situata fuori Valle d'Aosta».


Che tipo di comunità?
«Una comunità in cui vivono le mamme con i figli minori».

A che scopo?
«Lo scopo era rendermi consapevole delle mie criticità genitoriali, che ancora oggi non ho capito quali siano, e migliorare il rapporto che avevo con mia figlia».

Lei ha accettato di recarsi in questa comunità?
«Sì. O andavo o mi toglievano la bambina».

E il padre?
«Lui ha sempre seguito ciò che dicevano i servizi sociali e infatti aveva un rapporto migliore con loro. Io invece no. Nell'estate di quell'anno poi ci siamo sposati su consiglio dell'avvocato: ci disse che così avremmo tutelato la bambina».

Com'era organizzata la vita in questa struttura?
«La struttura aveva più camere, alcune ragazze con i loro bambini erano in camere doppie o triple con i servizi igienici in comune. Io e mia figlia invece eravamo in una singola con bagno in camera. Non potevamo avere un cellulare né guardare la tv, non potevamo neanche sentire la radio o leggere i giornali. Me ne ero lamentata con l'assistente sociale e mi hanno risposto che esageravo».

Quale percorso avete seguito?
«Al nostro arrivo ci avevano detto di un percorso psicologico da seguire, che ci avrebbero trovato un lavoro, che saremmo state seguite. Così non è stato. Mia figlia non ha mai visto una logopedista né una psicomotricista e il suo asilo era uno stanzone con bambini più piccoli e più grandi».

La struttura era privata?
«Era della Chiesa, gestita da sacerdoti».

Chi pagava la retta?
«La retta era interamente a carico della Regione Valle d'Aosta».

Ricevevate delle visite?
«Mio marito veniva una volta a settimana, poi però hanno tolto quella possibilità di visita».

Successivamente?
«Dopo otto mesi e svariate litigate, gli educatori della struttura si sono lamentati del mio comportamento e del fatto che non rispettavo i divieti di tenere cellulari, computer e connessione in internet. Era vero, scambiavo anche email con il mio nuovo avvocato. Mi hanno mandata via. Mia figlia invece è rimasta lì altro quattro anni. La potevo vedere tre volte a settimana per due ore».

Aveva ancora la potestà genitoriale?
«Sì e ce l'ho ancora, sia io sia mio marito. Non ci sono le basi per togliercela».

E oggi?
«Oggi mia figlia, che ha sette anni, è in affidamento eterofamiliare».

Cioè?
«È affidata ad un famiglia che vive in Valle».

Perché?
«Nel 2016 è stato sentenziato che non poteva più rimanere in una struttura a causa delle sue difficoltà e che aveva bisogno di una famiglia. Non la nostra però, perché ritenevano non fossimo in grado di occuparci di lei».

Eppure in casa eravate tre soggetti adulti: lei, il marito e la madre di lui.
«Sì, inoltre la casa è di proprietà. Non siamo ricchi, ma abbiamo comunque una vita dignitosa. Secondo loro però avevamo ancora delle criticità genitoriali talmente evidenti da dover mettere mia figlia in una struttura e poi in affidamento».

La bambina come vive questa situazione?
«Lei era ancora molto piccola quando è arrivata in comunità e quando è stata messa in affidamento non aveva sviluppato il senso della famiglia essendo cresciuta in una struttura tra educatori, tanti altri bambini e molto caos. Per lei quindi era una novità. La famiglia a cui è stata affidata sta economicamente bene e lei ha tutto»

La bambina sa che lei è sua madre?
«Sì, lo sa».

E riesce a distinguere la sua figura da quella dei genitori affidatari?
«sì e no, nel senso che sa che sono la mamma, ma chiama i genitori affidatari mamma e papà. Secondo il tribunale i servizi avrebbero dovuto dare un'altra impostazione all'affido: lei avrebbe dovuto chiamare i genitori affidatari con i loro nomi di battesimo, non mamma e papà. Al contrario l'assistente ritiene che vada bene così».

Li vede spesso?
«Non posso avere contatti con la famiglia affidataria».

Con quale frequenza vede sua figlia?
«Una volta al mese per un'ora e mezza, quando possibile, ed in presenza di un'educatore. Inoltre da quando alcuni mesi fa la bambina ha detto di voler venire a casa con me, mi hanno tolto la possibilità di telefonarle. Secondo gli assistenti l'ho istigata io a fare quella richiesta».

Ha altri figli?
«Sì, ho un bambino che è nato da un altro papà. Quando mi sono accorta di essere incinta una assistente sociale, diversa da quella precedente, mi ha detto di abortire altrimenti mi avrebbe tolto anche questo figlio. Io mi sono trasferita e ho cambiato residenza».

Perché?
«Perché così non hanno più competenza e non possono fare nulla».

Sua figlia sa di avere un fratello?
«Non lo sa. Era troppo piccola per dirglielo quando sono rimasta incinta e ora vorrei che lo venisse a sapere in un certo modo. Non vorrei che pensasse che la mamma l'abbia abbandonata per poter avere un altro bambino. I servizi sociali però non condividono il modo in cui vorrei gestire la cosa. Tempo fa è successo un fatto: un giorno sul mio telefono lei ha visto una sua fotografia di quando era molto piccola in braccio a mio padre. Mi ha chiesto chi fosse quell'uomo e lo ho spiegato che quello era il nonno. Lei mi ha risposto che "l'équipe" non voleva che le parlassi del nonno».

Il suo auspicio?
«Che i servizi si attengano a quello che ha detto nel 2016 il tribunale: che io devo vedere la bambina in maniera regolare, con cadenza settimanale e con visite non limitate a un'ora e mezza. Invece nulla di tutto ciò è mai stato fatto. Sa cosa mi hanno detto? Che quelle del tribunale sono linee guida e che loro possono agire come meglio credono».

Marco Camilli

 

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