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Chi controlla le case famiglia

e le comunità per minori?


Quando la madre denuncia il padre di violenza su di lei e sui figli, con molta facilità i minori vengono allontanati dalla casa familiare assieme alla madre, all’insaputa del genitore accusato dall’altro (come esecuzione del provvedimento che dispone la misura cautelare), per essere collocati in casa famiglia (dove si ospitano, di solito, con la genitrice) o in comunità. Con molta superficialità, però, si evita di disporre severi controlli sulla gestione di queste strutture, che, troppo spesso, rispondono a sollecitazioni economiche piuttosto che ad una vera solidarietà sociale ed umanitaria.

Prima di tutto occorre precisare che l’allontanamento dalla casa familiare e dall’altro genitore viene disposto dalle autorità giudiziarie, senza aver prima attentamente valutato (in applicazione di procedimenti sommari, cioè superficiali, e con la possibilità, quindi, per le autorità giudiziarie competenti, di sbagliare, vista la celerità con cui devono decidere provvisoriamente e, quasi sempre, senza prove a disposizione), in tempi brevi, e sentito il genitore nei confronti dei quali viene eseguita la misura cautelare, la veridicità delle denunce materne, che, troppo spesso, sono strumentali e funzionali all’affido esclusivo dei minori al soggetto denunciante, come i fatti, purtroppo, con molta frequenza dimostrano.

 

Molti genitori (in futuro non collocatari), ritornando a casa dal lavoro, non ci trovano più l’altro genitore (in futuro collocatario prevalentemente) ed i figli e vana risulterà l’attesa, poiché la madre non risponde al cellulare e le forze dell’ordine, informate della loro assenza da casa, forniscono spiegazioni vaghe, senza comunicare dove si trovino (per l’esecuzione delle misure cautelari di cui sopra). Indifferenti alle preoccupazioni del genitore paterno, i militi, pur conoscendo la collocazione “provvisoria” della madre e dei figli fatto su indicazione dei servizi sociali, in una casa famiglia o, molto spesso, in una delle tante comunità protette sparse sul territorio, non forniscono indicazioni.

 

Tacciono anche i servizi sociali, interpellati dal padre, che dovrà attendere, talvolta anche mesi, prima di conoscere dove si trovino i figli e le accuse che la ex moglie o compagna gli hanno rivolto.

In nome di una discutibile “precauzione” o, forse, in nome di un consolidato pregiudizio di genere, il padre viene trattato come un pericoloso malfattore. Succede, molto spesso, che poi, dopo mesi e mesi, il “pericoloso” genitore viene scagionato dalle accuse della madre dei suoi figli, che, in alcuni casi, vengono collocati prevalentemente presso di lui. Qualcuno dirà che, in questi casi, ha vinto la giustizia.

Ma di quale giustizia parliamo quando a dei minori è stato impedito, improvvisamente e senza alcuna motivazione, la presenza del padre e al padre sono stati negati, senza alcuna provata ragione, i diritti genitoriali? Un interrogativo a cui dovrebbero dare una “provata” ed estremamente celere (cioè, nell’arco di pochissimi giorni) risposta i servizi sociali, i tribunali ordinari e minorili, le forze dell’ordine e i legali che assistono la madre, senza porsi dovuti interrogativi.

Ciò potrà avvenire solo se qualcuno (politici) si degna di modificare le procedure al fine di renderle estremamente celeri, cioè facendo in maniera tale per cui la fase cautelare dei procedimenti e la successiva prima udienza si concludano nell’arco di pochi giorni.

La gestione delle case famiglia e delle comunità è affidata a cooperative sociali, vicino ai servizi sociali e, spesso anche ai politici e amministratori locali, a cui compete, per legge, un serrato e approfondimento controllo proprio per la particolarità del ruolo – ben pagato con soldi pubblici – svolto da queste strutture nel settore minorile.

Il controllo deve verificare la posizione occupazionale dei tanti dipendenti, “volontari”, delle qualifiche professionali, dei ruoli svolti dagli animatori o formatori, di tutti coloro che operano nella struttura e dei programmi psico-pedagogici attuati per gli ospiti minori. La magistratura dovrebbe anche fare chiarezza sulla proprietà di tante “riservate o segrete” case famiglia e/o comunità sociali, spesso riconducibili a lobby politiche ed economiche o a specifici politici.

Una straniera accolta in una comunità con il figlio piccolo, alcuni anni fa, andava a lavorare a nero, pur vivendo nella comunità gestita da una nota associazione antiviolenza umbra. La denuncia del padre è stata ignorata dalle autorità competenti, dall’ente locale che le finanzia e dai tribunali. Se la donna andava a lavorare a nero, l’ente pubblico che pagava, per madre e figlio, elevate somme giornaliere (alcune centinaia di euro), doveva trattenere il reddito da lavoro della madre ospite con il figlio della struttura.

Il business delle lobby che speculano sui minori e sulle false accuse è molto forte e può condizionare la politica ed anche la stampa, che, quasi mai, rende pubbliche le denunce del genitore vittima di possibili raggiri noti a tutti.

Il controllo sull’operato delle associazioni, quasi sempre centri antiviolenza ed ora anche la Caritas, e delle cooperative a loro collegate che gestiscono queste particolari comunità spetta agli enti locali (comune, provincia e regioni) e all’Asl, che dovrebbero vigilare sul rispetto delle esigenze dei minori, sull’applicazione del regolamento della comunità e verificare se chi lavora in queste strutture possiede il titolo professionale richiesto e se le strutture possiedono e/o utilizzano tutte strutture a norma di legge, dotate delle relative certificazioni.

C’è da chiedersi perché i controlli, invece di affidarli a professionisti esterni all’ente locale e all’Asl di appartenenza della comunità vengono fatti “in casa”. Non esistono, purtroppo, nemmeno controlli sulle case famiglie e sul personale che vi opera, spesso senza specifica competenza.

Per il padre non esistono garanzie a tutela della sua genitorialità e, di fatto, è vittima del giro di soldi pubblici esistente attorno a queste strutture. Poiché è stato lontano dai figli non per sua volontà, ma per la troppa fretta della magistratura e dei servizi sociali, dopo mesi che non ha avuto rapporti con loro, li può incontrare in modalità protetta per un’ora alla settimana. In verità li vede solo raramente, perché ora stanno male i bambini, ora hanno impegni extrascolastici e, spesso, manca l’educatrice che deve seguire gli incontri e relazionare, di volta in volta, ai responsabili della struttura e ai servizi sociali. Basta leggere queste relazioni, quando vengono fatte, per rendersi conto della loro inutilità, perché parlano di tutto meno che dei rapporti padre-figli e chi le scrive, quasi sempre, evidenzia la mancanza di nozioni psico-pedagogiche e della dovuta attenzione. Anzi, spesso è di ostacolo ai rapporti padre-figli poiché si intromette tra loro, togliendo spazio e tempo e non permette al genitore di avere un rapporto sereno e libero con i propri figli.

La Regione e gli altri enti coinvolti devono muoversi con molta fretta e rendere pubblici bilanci e costi, troppo esosi e spesso ingiustificati, di queste strutture, che si moltiplicano senza necessità e, quasi sempre, per ragioni di business, cioè soldi. L’urgenza è data anche dai fatti accaduti all’inizio dell’anno a Terni tra il centro antiviolenza Liberamente donna e la Caritas. Le istituzioni ternane e regionali non hanno voluto dare ascolto anche alle nostre pubbliche denunce che chiedevano indagini sul centro antiviolenza dove, di fatto, predominava una acredine verso il padre, a danno esclusivo dei figli che dicevano di tutelare. Tutti sapevano ma nessuno è mai intervenuto.

Anche in Umbria, come fatto dalla regione Piemonte, occorre dire definitivamente basta alla sottrazione dei minori ai genitori con il loro affido etero-familiare, perché vivono in una famiglia con difficoltà esistenziali ed economiche, approvando una legge come quella su Allontanamento zero.

Il primo e immediato provvedimento è quello di rendere pubblici i bilanci della case famiglia e/o protette sui siti delle istituzioni pubbliche, di imporre a queste istituzioni, in attesa della loro eliminazione, l’assunzione di personale con specifica professionalità e mettere mano immediatamente ad una legge specifica che ribadisca quanto previsto dalla legge del Piemonte. Con l’Allontanamento zero, si possono aiutare economicamente e culturalmente proprio le famiglie a cui vengono sottratti i figli minori per queste carenze. Allontanamento zero vuol dire rispetto dei minori e dei loro genitori ma anche rapida e profonda trasformazione dei servizi sociali e delle strutture preposte alla tutela del superiore interesse dei minori e, fondamentale, vuol dire controlli continui e specifici sul loro operato fatto da personale specializzato di fuori regione.

Tutto ciò sarà possibile, però, se la politica sarà a servizio del cittadino e della democrazia ma non delle lobby.

Ubaldo Valentini, presidente Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori (aps)

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