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Giovedì 22 Settembre 2022 18:32

Solidarietà sociale? Non sempre è tale!


Ubaldo Valentini*

La solidarietà sociale, sia essa pubblica che privata (con soldi pubblici, però), è da tutti invocata, ma, spesso, non è tale e il confine con la discriminazione è ben camuffato da chi ne trae vantaggio. Il variegato mondo politico ed i cittadini che ne beneficiano hanno in comune l’interesse dell’ambiguità, perché garantisce consenso sociale e vantaggi economici, troppo spesso non dovuti ai “fortunati”.

Numerose segnalazioni ci sono pervenute per denunciare veri e propri abusi istituzionali, che discriminano il genitore non collocatario (il 94% dei padri), a cui non solo non è concesso alcun aiuto per i figli quando stanno con lui, ma è negato perfino l’accesso - in nome di un assurdo e inapplicabile in queste circostanze diritto alla privacy - alla banca dati dei finanziamenti e dei benefici multiformi pubblici elargiti al genitore collocatario - senza alcun oggettivo controllo – da parte dei servizi sociali e/o da parte delle eventuali altre istituzioni competenti.

Non si può continuare ad ignorare una arcaica e indegna ingiustizia di uno stato democratico, dove l’equità e la trasparenza sono i pilastri per bandire la discriminazione dalla sua prassi socio-politica. Non è più tollerabile la superficialità di chi dovrebbe garantire i principi costituzionali, che riconoscono ad ogni cittadino gli stessi diritti e gli stessi doveri.

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Giovedì 15 Settembre 2022 18:21

Colpevole la madre che vanifica

o nega il rapporto padre e figli


Si torna a parlare di Pas, un fenomeno devastante per i figli

Negare ai figli la presenza del genitore non affidatario/collocatario da parte di chi li ha con sé tutto il giorno è un fenomeno molto diffuso e pochi sono i tribunali che lo analizzano in profondità e arrivano alla sospensione della responsabilità genitoriale della madre, poiché, con il suo arrogante atteggiamento, provoca disagio esistenziale nei figli, che può portarli a disturbi comportamentali e nega i diritti e la dignità genitoriale all’altro genitore.

Il subdolo fenomeno viene denunciato dal genitore a cui viene meno il diritto di frequentare i propri figli (94% il padre), durante le fasi del procedimento di affido dei minori, di separazione e divorzio e nei successivi specifici procedimenti di modifica di precedenti provvedimenti, ma le sue parole solo raramente vengono prese in seria considerazione dal giudice, anche perché, spesso, il legale - “accomodante” con il collega di controparte e poco incline a contestare la discrezione esercitata in maniera errata e/o gli abusi del giudice - non asseconda le richieste del proprio cliente.

Manca la convinzione del difensore a pretendere che la bigenitorialità e la cogenitorialità siano sempre e comunque rispettate per una reale tutela dei minori e di ambedue i genitori e che il genitore collocatario rispetti le disposizioni stabilite dal tribunale o, fatto ancora più ignobile, non va tollerata o, addirittura, giustificata la violazione dei provvedimenti precedentemente emessi dal giudice dell’affido dei minori.

 

 

(immagine tratta da: laleggepertutti.it)

Il genitore che vanifica o nega il rapporto dei propri figli con l’altro genitore non manifesta quell’indispensabile equilibrio psichico e morale, fondamentale per educarli. E’ una persona gelosa del buon rapporto dei figli con l’altro genitore e non riesce a comprendere i loro bisogni, è ansioso e controllante. Soffre, spesso, di disturbo paranoide di personalità, che lo rende sempre sospettoso e diffidente verso gli altri, avvertiti come ostili, malevoli e umilianti, anche quando tutto ciò non esiste.

Teme di essere ingannato, sfruttato o di subire un imminente danno da parte delle persone con le quali è in contatto e tende a mascherare le emozioni con un atteggiamento di rigida razionalità e testardaggine. La persecuzione di cui si sente vittima è esclusiva conseguenza di un proprio pensiero malato, che, purtroppo, trasmette anche ai figli. Da qui la necessità di intervenire immediatamente, sia da parte del giudice che ne viene a conoscenza da parte del genitore non collocatario/affidatario, che da parte dei legali, che, spesso, condizionano il proprio cliente a non ricorrere al tribunale per pretendere giustizia per i figli e per loro.

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Giovedì 08 Settembre 2022 11:52

Nelle separazioni e nell’affido dei minori


Al tribunale di Monza la giustizia che non c’è


Alla luce dei provvedimenti emessi in materia di diritto di famiglia e diritto minorile dal Tribunale di Monza porta l’impotente genitore (quasi sempre il padre) all’amara conclusione che in questo tribunale, spesso, la giustizia non c’è e che l’abusato “superiore interesse dei minori”, come viene scritto nelle sentenze, è una affermazione vuota, una burla. La premessa potrebbe essere ritenuta strumentale e, allora, riportare alcuni fatti concreti è un atto dovuto per dimostrare la intollerabilità di quanto è capitato a numerosi genitori separati di Monza e dintorni.

Il caso. In presenza di affido dei figli quasi paritario, un padre li aveva con sé per poche ore (3/4) in meno della madre ogni due settimane, ma il giudice (lo stesso che presiederà il processo), fin dall’udienza presidenziale, concede alla madre la collocazione prevalente dei figli, le assegna la casa coniugale (in comproprietà al 50% tra i genitori) ed impone allo stesso un mantenimento mensile per i figli, nonostante disoccupato, e la corresponsione del 50% delle spese straordinarie determinate in base a un protocollo - contraddittorio e talvolta in contrasto con il codice civile - stipulato tra il tribunale e il locale ordine degli avvocati, che non può avere alcun valore giuridico, poiché i giudici applicano la legge e le spese straordinarie vanno accertate e stabilite caso per caso.

Inutili le successive opposizioni e la sentenza di separazione non modifica nulla, ma penalizza indebitamente il padre, poiché, con una siffatta collocazione di minori, c’è il mantenimento diretto. Quindi, niente assegno mensile passato alla madre e nessuna assegnazione (o revoca della stessa) della casa coniugale alla moglie, perché i figli restano con lei solo 6/8 ore in più al mese.

Un immigrato africano, che vive da anni nell’hinterland milanese con i figli, si separa dalla moglie, che lo accusa di versare nel suo c/c soldi extra stipendio, ma lui si difende, sostenendo che l’origine di quei contanti versati gli provengono dai parenti che sono in Africa  e che  sono necessari per far fronte alle difficoltà economiche post-separazione. Nella sentenza di separazione viene scritto che le dichiarazioni del marito non sono veritiere, perché sono gli africani che lavorano in Italia ad inviare soldi ai familiari restati in Africa, ma non viceversa. La sorella di quest’uomo è titolare, in Africa, di un importante pozzo petrolifero, ma non muore di fame, come, invece, con toni razzisti, sostiene il collegio giudicante.

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Giovedì 08 Settembre 2022 11:49

Evadono, e molto, anche avvocati e psicologi


L’evasione fiscale è fortemente presente anche tra i professionisti che assistono i separati e i loro figli: avvocati e psicologi. Non è una novità, poiché, da tempo, alcuni quotidiani ne parlano in sordina, con particolare riferimento ai legali. Molti genitori, nel contattarci, fanno esplicito riferimento al fatto che hanno versato tanti soldi per le cause di separazione e divorzio e il legale è venuto loro incontro con pagamento in nero dell’intera somma o fatturandone solo una parte insignificante. E’ stato detto loro che, senza ricevuta, non avrebbero pagato l’iva (22%) e la cassa previdenza avvocati (4%), risparmiando, a dire dell’avvocato, il 26%. In realtà non dicono al cliente che sulla somma in nero, il legale risparmia, mediamente, il 43% sui soldi percepiti e tassati per l’onorario relativo al processo, oltre a risparmiare anche sugli altri introiti, tenendo basso lo scaglione reddituale di riferimento. Una truffa in nome della legalità e la stampa parla che gi avvocati siano i maggiori evasori italiani. Esistono, però, legali corretti che fatturano fino all’ultimo centesimo, peccato che siano molto pochi.

tratto da www. laleggepertutti.itIl genitore che non ha soldi, ovviamente, accetta di rinunciare alla documentazione fiscale per pagare meno, ma, in alcuni casi, entrato in conflitto col proprio difensore, è stato costretto a ripagare l’intera cifra, oltre iva e cpa, poiché non poteva dimostrare di aver pagato le somme a suo tempo pretese. I pagamenti in nero vengono effettuati con il contante e, spesso, anche fuori dallo studio. Un esperto di evasione ci ha informato che, prima della fattura elettronica, più fatture

intestate a clienti diversi avevano lo stesso numero e sono l’ultimo intestatario veniva dichiarato dal professionista. Altri trucchetti esistono anche dopo la obbligatorietà della fattura elettronica (che, è giusto ricordarlo, ad oggi, ancora, non è obbligatoria per tutti ma solo a secondo del fatturato dichiarato nell’anno precedente).  - foto tratta da www. laleggepertutti.it -

Inoltre, quanta evasione c’è tra coloro che non hanno l’obbligo della fatturazione?

Non esiste la volontà delle istituzioni di colpire gli evasori fiscali presenti tra i liberi professionisti, perché individuarli è estremamente facile. E’ sufficiente analizzare i fascicoli presenti nelle cancellerie dei tribunali (oggi si fa direttamente dall’ufficio per i processi degli ultimi anni), verificare l’entità del lavoro svolto da ciascun avvocato e poi, verificare, l’esistenza della fattura emessa, entro i termini previsti dalla legge per la prescrizione del pagamento della prestazione professionale, in base al lavoro svolto nei tempi dovuti e secondo le tariffe nazionali forensi esistenti all’epoca dell’attività difensiva.

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Giovedì 01 Settembre 2022 08:31

Per un equo assegno di mantenimento dei figli


Fare accertamenti sul lavoro nero dei genitori


Ubaldo Valentini

La piaga sociale del lavoro nero colpisce anche i genitori non più conviventi e, soprattutto, quello obbligato a passare al collocatario l’assegno di mantenimento per i figli, calcolato secondo parametri che, come tutti sappiamo, non corrispondono a verità, anche a causa della discrezione non obiettiva dei magistrati, che si rifiutano di disporre accertamenti sulla non coerenza dei redditi dichiarati e/o in base alle contestazioni di parte. Il genitore che esercita il lavoro non dichiarato – e sono tantissimi, soprattutto fra le donne, per il 94% collocatarie dei figli - dispone di un reddito che, nella quantificazione del mantenimento dei figli da parte del giudice, non compare e falsifica l’ammontare dell’assegno imposto al genitore non collocatario.

E’ una vera e propria ingiustizia – si potrebbe chiamare anch’essa una piaga per i separati - che i tribunali non possono ignorare se vogliono garantire una equità tra i due genitori nel mantenere i propri figli. Una equità indispensabile se si vuole disinnescare la conflittualità genitoriale, che, in concreto, danneggia prevalentemente i figli e offende il genitore che è tenuto a versare un assegno di mantenimento non proporzionato ai redditi reali. Il genitore non collocatario, spesso, è ridotto in miseria, mentre l’altro non è tenuto a versare, contravvenendo, di fatto, l’art. 30 della Costituzione e le norme del codice civile, che prevedano la obbligatorietà del mantenimento dei figli per ambedue i genitori.

Il calcolo dell’assegno di mantenimento avviene in base alle dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni, la cui presentazione è obbligatoria per ambedue i genitori, e in base al principio di proporzionalità e, quasi mai, nonostante le esplicite richieste-denunce del genitore non collocatario, il giudice dispone accertamenti “veri” sulle attività non dichiarate dai genitori. Nelle rare volte in cui vengono disposti, le istituzioni finanziarie preposte al concreto controllo svolgono i loro “accertamenti” davanti al computer, cioè ribadiscono le informazioni e/o i dati fiscali già in possesso del tribunale. Molti magistrati sorvolano sulla richiesta del non collocatario, quasi sempre il padre, pretendendo che lo stesso fornisca informazioni certe sul lavoro a nero dell’altro genitore per disporre un accertamento o, addirittura, non si esprimono sulle relative richieste – nemmeno nel corso del 2° grado di giudizio – dimenticando che lo stesso non ha tempo e capacità (neanche economiche) di svolgere attività investigative, proprie della Guardia di Finanza, della Polizia Tributaria, dell’Ispettorato del Lavoro e/o della Corte dei Conti, perché l’evasione fiscale è un reato e un danno erariale per la collettività.

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Martedì 30 Agosto 2022 15:51

Porta i figli in vacanza all’estero e viene denunciato per “sottrazione e trattenimento di minori all'estero”


La falsa informazione gioca sulla ignobile

accusa materna al padre di due gemellini

 

Un quotidiano online, Laprimalinea.it, riporta, in un articolo del 21 luglio, dal titolo Madre denuncia: 'il mio ex ha preso i nostri figli e li ha portati all'estero', la denuncia della madre al padre di due gemellini per “sottrazione e trattenimento di minori all'estero”, che, invece, come negli anni precedenti, era al mare, nel Montenegro, con i figli, durante le ferie estive in cui restavano per due settimane con lui, e nessuna preventiva autorizzazione materna per l’espatrio era prevista dall’ordinanza di affido congiunto dei minori emesso dal tribunale di Aosta. L’articolo è uscito dopo tre giorni dalla richiesta di archiviazione della denuncia. Il padre è italo-montenegrino e i minori, pur risiedendo in Aosta, sono cittadini dello Stato del Montenegro e non dell’Italia, fra l’altro. La madre ben sapeva dove erano i figli e ben conosceva la casa dove risiedevano durante la vacanza, poiché, durante la convivenza, si recava al mare presso la casa di famiglia del padre in Montenegro.

Il padre, una volta rientrato dalla vacanza con i figli, è stato informato dagli amici dell’uscita dell’articolo. In tribunale ha preso atto che il G.I.P. ha accolto la richiesta del P.M. di archiviazione dell’esposto della madre contro il padre dei suoi figli, per sottrazione e trattenimento di minori all'estero, e che, per la successiva denuncia, il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione al G.I.P. Ciò significa che nè il giudice né il P.M. hanno riscontrato alcun reato nel comportamento del padre, che, ovviamente, ora valuterà l’ipotesi di procedere per calunnia contro la ex compagna, visto che lo perseguita da anni con denunce e/o querele, tutte rigorosamente infondate e, di conseguenza, archiviate!

La deontologia professionale, indubbiamente, non è stata rispettata dal direttore ed editore della testata giornalistica e, nell’articolo, anche se non esistono i nomi dei figli e dei genitori, vengono riportate informazioni tali che permettono di individuarli con molta facilità. E’ indispensabile sapere chi abbia fornito loro le informazioni o, come dice lui, chi gli ha dato la copia della denuncia, contenente i relativi dati sensibili, coperti dal diritto alla riservatezza. Se è stata la madre, violando palesemente il rispetto della privacy del padre e dei figli, ne renderà conto nelle sedi competenti, poiché, ancora, la fase delle indagini preliminari (aperta a seguito della denuncia) non si è conclusa e, comunque, non possono essere pubbliche. Lo stesso vale se le informazioni provengono da altre fonti.

Di seguito, oltre all’articolo del 21 luglio e la replica parziale di ieri, si riporta la richiesta di rettifica e replica avanzata alla testata giornalistica dall’associazione in difesa e tutela del padre, da molti anni socio, e dei suoi figli, di cui, però, il giornalista, l’editore e/o chi per loro si sono quasi totalmente rifiutati di prendere in considerazione. Lasciamo ai lettori la valutazione di questa falsa informazione, che ha danneggiato e danneggia il padre per la sua infondatezza, come la stessa procura sta dimostrando con l’archiviazione.

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Giovedì 25 Agosto 2022 11:49

In nome di una inesistente privacy


Destra e Sinistra valdostana concordano

nel negare i diritti agli indifesi cittadini

 

La privacy (diritto alla riservatezza) è una tutela del cittadino sancita da una legge nazionale ed europea, che non può essere applicata “a discrezione” dell’amministratore e/o del funzionario pubblico per proteggere dati che sensibili non sono, come quando un genitore chiede informazioni sui propri figli, affidati o collocati prevalentemente presso l’altro genitore. E’ un equivoco interpretativo o un evidente rifiuto di atti d’ufficio per “proteggere” indebitamente il genitore collocatario, che, guarda caso, è quasi sempre la madre, protetta dagli onnipotenti servizi sociali e/o altre istituzioni pubbliche preposte alla conservazione dei dati, collettori di voti di questo o quel partito?

La Regione elargisce contributi per i figli dei separati o servizi semigratuiti, come l’abitazione popolare, al genitore collocatario - entrambi a vario titolo erogati, ma soldi pubblici pur sempre sono – e al padre, se formula istanza di accesso agli atti per sapere quale sia il loro ammontare, viene candidamente risposto, con una intollerabile arroganza, che non può sapere, in nome della privacy, quanti soldi vengono dati, direttamente o indirettamente, ai propri figli. Il rifiuto della risposta lascia esterrefatti gli ingenui genitori, che si vedono, di fatto, negato il diritto alla trasparenza, anche su dati che riguardano i loro figli, ma non i figli del funzionario di turno.

È inutile ribadire che molti genitori non hanno la capacità economica per poter impugnare il c.d. “silenzio – rifiuto” o il provvedimento che stabilisce il rifiuto dei dati e dei documenti. Purtroppo, inoltre, le istituzioni competenti, sapendo di queste difficoltà, se ne approfittano!

Più volte abbiamo sollecitato invano gli amministratori pubblici valdostani e alcuni esponenti politici regionali sull’anomalo comportamento delle istituzioni locali nel rispetto di un diritto del cittadino, genitore non collocatario dei propri figli, di sapere quanti e di quali benefici (dati non sensibili, contenenti informazioni, quindi, non coperte da privacy o diritto alla riservatezza) la genitore collocataria è beneficiaria. Ma sono pervenute risposte, vaghe e divaganti, solo da alcuni politici, con la solita promessa di provvedere. La promessa, però, tale è restata. I responsabili della regione e degli enti locali rifiutano di occuparsene. Come sempre.

Vediamo di interpretare il rifiuto dei dati e dei documenti delle istituzioni.

I dipendenti pubblici, dietro ai quali ci sono i responsabili politici e i funzionari preposti al funzionamento del servizio, non conoscono “direttamente” la legge sulla privacy o non hanno tempo per andarsela a leggere, altrimenti saprebbero che la “loro” pretesa riservatezza non esiste nell’ambito familiare e che il rifiuto del rispetto della trasparenza potrebbe essere anche perseguibile per legge (sia sul piano penale che su quelli civile e disciplinare). Alla base del rifiuto potrebbe esserci la malafede o altri interessi (si può ipotizzare, in questi casi, anche un abuso d’ufficio), spesso di genere, compreso il variegato mondo del clientelismo elettorale, che ci porterebbe a dire che queste persone non possono stare in posti pubblici, senza se e senza ma.

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Venerdì 19 Agosto 2022 08:55

Amministratore di sostegno per i figli

un business sulla pelle dei più fragili


tratto da Altalex.comLa Cassazione interviene sulla nomina dell’amministratore di sostegno e puntualizza che “l’amministrazione di sostegno non può essere un rimedio alternativo per la risoluzione di conflitti endofamiliari di natura patrimoniale, che possono essere risolti agendo secondo le specifiche azioni di tutela della proprietà” e che ”va esclusa la nomina dell’amministratore di sostegno se il beneficiario può contare sulla protezione di una rete familiare. Il giudice, pertanto, è tenuto a indagare sulla possibilità di garantire una funzione vicaria (del beneficiario) nella gestione del patrimonio”. (Cassazione civ. ordinanza n. 21887 del 11 luglio 2022). L’ordinanza, inserita tra le massime della Cassazione civile, fa giurisprudenza ed è stata emessa a seguito di un ricorso dell’avv. Francesco Miraglia che difendeva una professoressa ed artista alla quale la sorella aveva imposto un amministratore di sostegno.

Il Tribunale di Aosta, tramite il giudice tutelare, ha decretato la nomina di un amministratore di sostegno per un ragazzo maggiorenne (in grado di lavorare, una volta inserito nelle liste speciali regionali), così come chiesto dall’assessorato alla salute, sanità e politiche sociali, su sollecitazione dell’assistente sociale, le cui argomentazioni non giustificano la fretta con cui non si è permesso il contraddittorio, come chiedeva la difesa del padre.

Il padre, nonostante i tre figli (uno minorenne, l’altro maggiorenne, ma con invalidità civile, l’altro ancora maggiorenne ed in cerca di una stabile occupazione) siano stati collocati presso la madre, a cui è stata assegnata la casa coniugale (edilizia popolare), viene chiamato continuamente al telefono, perché hanno fame e non hanno nulla da mangiare, ma la madre, come sua consuetudine, se non chatta, è fuori casa lasciandoli soli. Il padre interviene in loro soccorso con gli alimenti e spesso, sempre su loro sollecitazione, deve provvedere ad acquistare la biancheria intima, nonostante l’avesse comprata di recente, che, poi, stranamente ora sparisce o viene buttata via.

La madre, pur godendo di ottima salute, rifiuta da sempre il lavoro, trascorre il proprio tempo a chattare e si assenta da casa per molte ore. Per vivere utilizza la pensione del figlio e tutti i contributi pubblici e privati percepiti, arrivando perfino a “togliere” i pochi soldi che il figlio più grande percepisce come rimborso spese, come asserisce l’a.s.. Il padre, per evitare che la pensione del figlio venisse dissipata per fini diversi, gli ha fatto aprire una carta di prepagata con iban del figlio, dove l’ente erogatore versa la pensione, così, detratte le spese personali, accumula una somma per il suo futuro. La madre, visto che non gli veniva più accreditata la pensione sul suo c/c, è andata su tutte le furie ed è ricorsa all’assistente sociale, sempre disposta a condividere acriticamente le sue lagnanze, pur sapendo che non sono veritiere. Da qui la relazione dell’a.s., con la quale chiede la nomina di un amministratore di sostegno – quella dell’apparato regionale - e nella quale ha chiesto espressamente che la pensione venga data alla madre per mandare avanti la famiglia.

La solerte assistente dovrebbe sapere che la pensione sociale è per il figlio disabile e non per surrogare la distratta madre, che vive di espedienti, su cui, invece, si dovrebbe fare e far fare accertamenti. Il padre, che ha sempre seguito i figli e provveduto ai loro bisogni (mentre la madre “inseguiva il cellulare”), è ritento dal servizio sociale e dalla regione non idoneo ad amministrare la pensione del figlio per la conflittualità esistente tra i genitori (conflittualità alimentata esclusivamente della madre, che vuole gestire i soldi dei figli). A seguito della segnalazione dell’a.s., concordata con la dirigenza dell’assessorato, che rivolge istanza al giudice tutelare, viene aperto il procedimento, senza notificare nulla al padre, che era contrario alla nomina dell’amministratore di sostegno.

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