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Venerdì 29 Novembre 2019 16:59

 
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Martedì 19 Novembre 2019 19:05

In tutta Italia


Una panchina VIOLA per il rispetto dei minori

e la tutela dei loro genitori nelle separazioni


Una panchina Viola per rivendicare i diritti negati ai figli con genitori non più conviventi, l’accertamento della Pas nei tribunali, il diritto del genitore a non essere estromesso dalla vita dei propri figli, la severa condanna dell’indifferenza delle istituzioni nei confronti dei figli dei separati e di coloro che negano, quotidianamente, i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il diritto del padre a vivere con i propri figli senza ricatti da parte dell’altro genitore che lo considera, di fatto, solo una risorsa economica, ed infine per chiedere, in ogni sede, il rispetto della persona del minore.

Una panchina Viola per ricordare e chiedere scusa ai tanti padri che in Italia, nell’indifferenza di tutti, ogni anno si suicidano per essere stati privati dei propri figli e per i maltrattamenti subiti da parte dell’altro genitore.

Una panchina Viola per alimentare la speranza in un futuro migliore per i nostri figli dove possano liberamente poter sognare e vedersi rispettati nei loro fondamentali diritti a vivere serenamente con ambedue i genitori.

Una panchina Viola per ricordare a tutti, giudici e politici in particolare, che la violenza esiste anche quando non vengono rispettati i diritti dei minori alla bigenitorialità e il diritto dei genitori alla co-genitorialità, così come prevede la nostra Costituzione, il codice civile e penale e la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza infanzia, approvata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite trenta anni fa (20.11.1989) e ratificata dall'Italia il 27 maggio 1991, con la legge n. 176.

Il Viola è il colore che nell’immaginario dei bambini è associato alla razionalità e alla saggezza, alla dignità, all’indipendenza, al desiderio di crescita e di libertà.

Una panchina Viola in ogni città, nei giardini dei palazzi della giustizia, del potere politico e degli assessorati alle politiche sociali come simbolo per riflettere sugli abusi e sulle discriminazioni perpetrate a danno dei minori e dei loro genitori. Nel 2020 sarà nostro impegno, nelle maggiori città italiane, installare una panchina Viola per celebrare la Vita e il rispetto dei minori.

La violenza è tale quando annulla la persona di un minore e quando nega, nella più totale indifferenza, il diritto del genitore a svolgere il ruolo di padre.

Inizieremo da Aosta, dove si è ucciso il primo padre a cui il tribunale aveva tolto quella che oggi è chiamata responsabilità genitoriale e non gli permetteva di vedere sua figlia, arrivando perfino a vietargli di consegnare un regalino alla sua creatura. Da mesi protestava nell’indifferenza di tutti.

Il maestro Antonio Sonatore si è dato fuoco dinnanzi al tribunale di Aosta e, proprio nel giardino antistante, collocheremo la prima panchina viola. In Suo onore il 7 aprile è divenuto la giornata mondiale in ricordo del genitore estromesso dalla vita dei propri figli.

Aosta, però, non ama parlarne. Forse per vergogna, mentre dovrebbe chiedere scusa a lui e ai tanti padri che ogni anno, in questa piccola regione, si tolgono la vita, sempre per i figli violentemente sottratti da una cultura contraria ai principi ed ai valori della famiglia e dei figli.

Ubaldo Valentini, pres.

 
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Mercoledì 06 Novembre 2019 16:48

Muore senza poter rivedere i nipotini

per assurda indifferenza della giustizia


di Ubaldo Valentini *

La Corte costituzionale, a seguito dell’analogo provvedimento della CEDU, ha stabilito che anche i mafiosi e gli ergastolani hanno diritto ai permessi premio per ragioni di “umanità”. Umanità che invece non è stata riconosciuta ad un nonno che, a seguito di una seria malattia, sapeva di avere poche settimane di vita, chiedeva con insistenza al proprio figlio di poter rivedere i nipotini prima di morire. Lui, che viveva in un paese dell’est, e il figlio, che vive e lavora da oltre venti anni ad Aosta, non avevano mai avuto problemi con la giustizia.

Il padre dei minori (con nazionalità del paese di origine del padre e del nonno) si è rivolto per due volte al Tribunale di Aosta per avere l’autorizzazione a portali per alcuni giorni dal nonno gravissimo, per esaudire l’ultimo desiderio di uomo ormai in fine di vita. La madre dei minori si è opposta, con la scusa della possibile sottrazione. Eppure il Giudice ha ampi strumenti a disposizione per le più certe tutele.

A luglio di quest’anno il padre dei minori aveva avanzata la prima richiesta, per l’aggravarsi delle condizioni di salute del nonno, correttamente documentata, ma il tribunale, nella persona del giudice tutelare, ha negato l’espatrio momentaneo vincolato alla visita al nonno che faceva continua richiesta di poterli rivedere. Diniego così motivato, “considerato il dato di elevata conflittualità tra i genitori dei minori quale risulta da procedura per affido pendente dinnanzi a questo Tribunale, non autorizza”.

Con l’aggravarsi della malattia del nonno, il padre dei minori ha inoltrato nuovamente la richiesta, allegando la documentazione dell’ospedale e facendo presente che il “diritto dei figli minori di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti”, è degno di maggior tutela rispetto all’inesistente rischio di sottrazione di minore.

La richiesta, formulata secondo le indicazioni telefoniche date dalla cancelleria, è stata nuovamente rigettata. Né il predetto Giudice ha sentito il dovere di attivarsi per esaudire l’ultimo desiderio di un uomo, ormai condannato a morire. Nella funzione giudicante, secondo questo giudice, non contano gli aspetti umanitari. Quel nonno doveva andarsene all’altro mondo portandosi la disperazione dell’ultimo desiderio. Il nonno è morto disperato domenica 3 novembre scorso.

Tra ritardi e carte bollate, il tribunale, eludendo l’urgenza del caso, ha fissato l’udienza al 7 novembre, data in cui una vita si è spenta e non servirà più a niente esaminare e discutere. Sarà sufficiente depositare la notizia.

Il padre, tramite il suo difensore e in sua presenza, prima di rivolgersi al Tribunale, aveva fatto contattare telefonicamente il difensore della madre per chiederne direttamente l’autorizzazione, il noto professionista, con un inaccettabile sarcasmo, nell’anticipare il rifiuto della signora ha gratuitamente aggiunto: “anche a luglio doveva  morire, ma poi non è morto più!”. Siamo senza parole e vorremmo sapere l’ordine di categoria, solerte nel collaborare con il Tribunale per i protocolli, dov’è?

La giustizia, per quel tribunale ha fatto il suo corso. Nessuno potrà entrare nel merito di una questione ormai sotterrata. Le decisioni della Cedu e della Corte Costituzionale, divulgate con roboanti annunci mediatici avranno importanza per quei criminali che, contro ogni rispetto umano, hanno crudamente ammazzato fedeli uomini di Stato come Falcone, Borsellino e il giovane Levatino. Si favoriscono i delinquenti e i criminali dell’umanità, e si lascia morire la povera gente, che ha semplicemente espresso il desiderio di voler vedere i nipoti prima di morire.

Forse nel Tribunale di Aosta non è ancora giunto il rumore delle due decisioni delle supreme Corti oppure in questo Tribunale vale il principio di due pesi e due misure?

Indignati, volgiamo altrove lo sguardo e il pensiero. Quando cambierà, sarà tardi per chi si è suicidato per il diritto di vedere e avere rapporti con i figli e per chi è morto nella speranza di vedere trionfare la Giustizia.

* presidente Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori

 
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Giovedì 10 Ottobre 2019 09:49

Diritti negati ai figli e ai loro genitori


Prosegue il confronto sulle procedure messe in atto in Valle d’Aosta nell’affido dei minori al termine della convivenza dei genitori e per chiedere il pieno rispetto della legge a garanzia della bigenitorialità per i figli e la cogenitorialità per i genitori. I Servizi sociali non accettano critiche e arrivano a dichiararsi “in pericolo” per la campagna denigratoria nei loro confronti. Un comportamento vittimistico assurdo che potrebbe far nascere il sospetto che in passato e tutt’ora si voglia nascondere certe responsabilità, forse anche penali. Infatti nessuno può avere paura della verità eccetto chi sa di averla tradita. Non tutti gli operatori sociali la pensano allo stesso modo ma il sistema non permette loro di remare contro i poteri forti.

E’ ora che ciascuna istituzione pubblica valdostana renda conto del proprio operato con trasparenza e si assuma le proprie responsabilità per una eventuale gestione discriminatoria dell’affido dei minori nelle separazioni. Gli amministratori regionali, invece di “cantare” le inesistenti qualità di un servizio genericamente di genere, discriminatorio e, in troppi casi, fortemente nocivo per i minori e per i padri di fatto estromessi quasi sempre dalla vita dei propri figli, avrebbero dovuto e dovrebbero predisporre i serrati controlli previsti per legge. La politica ha rinunciato ad indagare sull’operato di strutture pubbliche fondamentali e degli amministratori e, invece di pretendere trasparenza come sarebbe suo dovere, “gioca” con il clientelismo e troppi politici preferiscono l’ambiguità che permette loro di non dispiacere alla potente lobby dei servizi sociali valdostani, anche per condizionamenti personali e parentali e per non dispiacere ad alcuni potentati elettorali.

 


 
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Giovedì 10 Ottobre 2019 08:38

Lettera aperta alla Presidente regionale Ordine degli Assistenti Sociali

in risposta alla sua intervista pubblicata da Gazzetta Matin il 30.9.2019, dove esordisce:

"noi non ci divertiamo ad allontanare i bambini …"


“Neanche i bambini si divertono

ad essere allontanati”


Gentile dott.ssa Jacquemet,

comprendiamo le ragioni della sua intervista. La casta soffre i risvolti degli umori mediaticidel rumore della notizia. Ma noi soffriamo maggiormente per quanto ascoltiamo dagli interessati e leggiamo attraverso la stampa. E ci rattrista venire a conoscenza che certi comportamenti siano accaduti, anche ad Aosta e all’oscuro di tutti, senza cautele e garanzie per genitori che hanno dovuto sopportare, con grande peso nel cuore, la comunicazione che il figlio o i figli sarebbero stati chiusi in comunità e non li avrebbero più visti per tutto il tempo del trattamento protetto.

Ci creda, forse per un addetto è lavoro di routine, normale. Per persone normali come noi, che viviamo le tragedie delle famiglie, non è assolutamente accettabile. Lei, come altri specialisti, nella lunga intervista, parla di allontanamento dei minori, secondo rito che definisce, doveroso. Per noi è sottrazione di figli da un regime di rapporti e di frequenze che sono il contenuto quotidiano di una normale vita di un bambino. Anche se la casa è disordinata o la povertà dell’ambiente non si presenta come si pensa che dovrebbe essere. E’ un discorso molto complesso che non si può liquidare con qualche battuta.

E’ più semplice allontanare il figlio, assegnandolo, contro la volontà del genitore di turno e della famiglia, fuori dal suo ambiente. Poi, i divieti della cosiddetta privacy fanno il resto. Per noi, su queste basi e presupposti, non è allontanamento ma sottrazione,per considerazioni che trovano spiazzata anche la più approfondita scienza.

Lavorare in questo campo è molto difficile e complicato, lo comprendiamo, ma chi lo fa con impegno ed onorenon sarà mai tacciato di abuso. Per un motivo semplice,perché non toglierà mai un figlio alla famiglia e farà di tutto perché vi resti. Questo vuole la legge, quella legge che ci perseguita nei puntigli della giustizia, della uguaglianza, delle pari opportunità e nel supremo principio:i minori innanzitutto, figli del tempo e dello spazio.

Lei parla di “aggressioni, minacce e intimidazioni” subite mensilmente da alcune operatrici. Ci auguriamo che questi reati siano stati denunciati, se non altro perché sono fatti accaduti in sedute pubbliche, e con tutti i crismi della legalità. Così, secondo noi, sono ancora più gravi i comportamenti tenuti da funzionari, nei confronti di genitori, vittime del sistema.

Le testimonianze riportate dalla stampa, hanno stravolto tutta l’opinione pubblica. E proprio sul quotidiano Aostaoggi è riportato altra testimonianza, sconvolgente per i fatti:Il contenuto è allucinante! Non se ne deve parlare? Come non si deve parlare di un padre che si diede fuoco davanti al tribunale di Aosta, perché gli veniva impedito di vedere la figlia? In quel luogo vi è rimasta l’immagine della torcia umana, per chi l’ha vissuta, di uno strazio estremo e molto raccapricciante. Non si deve parlare dei suicidi di padri separati che avvengono ogni anno in questa “incantevole” e felice regione? Noi riteniamo che ne dobbiamo parlare, perché non vi sia più chi è senza peccato.

La nostra insistenza tende ad aprire un armadio in cui, forse, vi sono ancora nascosti misfatti. La resistenza a non volerli aprire, sortirà il comprensibile ribelle risentimento di chi ha subito abusi, violenze e mortificazioni, peggiori delle aggressioni di cui si lamentano le addette ai lavori della Valle d’Aosta. Nascondere le carte è un segno di debolezza. Il rifiuto a far leggere i fascicoli in mano ai servizi sociali è il segno che quelle carte sono state scritte contro la volontà della persona interessata.

L’associazione non intende colpire nessuno. Intende, invece, far venire fuori ciò che le testimonianze dicono, che trovano conferma nellarelazioneal progetto di modifica al codice civile e alla legge n.184/83 depositato il 31 luglio di quest’anno alla Camera dei deputati. In quella proposta, la n.2047, con tutte le riserve per la discussione che verrà, è riportata la urgenza ad intervenire in una materia in cui in Italia è accaduto di tutto. Nessuno si salva. Neppure la Valle d’Aosta, nonostante una certa concertata combinazione a voler presentare la Regione immune da peccati e come la migliore. Neppure il rapporto Istat sulla salute, pubblicato sullo stesso quotidiano online, che la definisce la peggiore d’Italia. Sono dati statistici, ma sono dati premonitori di una situazione ben diversa da quella che si vuole far apparire.

Mi creda, resta incomprensibile l’avversione strenua dell’apparato (non voglio dire lobby, anche se ..) di strutture sociali pubbliche a disciplinare tutta l’attività dei servizi sociali e psicologici della Regione con un Regolamento che sottrarrebbe i membri del suo ordine da rischi penali, se non addirittura disciplinari di pertinenza dell’ordine che lei rappresenta. Lo chiediamo dal 2016, ma solo ora timidamente se ne comincia a parlare, tra le funeste ire dell’assessorato e dell’apparato dirigenziale del complesso e delicato settore.

Ne vogliamo parlare di quel Regolamento da noi proposto e cheavrebbe dovuto essere una vostra prerogativa per garantire, effettivamente, trasparenza ed oggettività?

Perché non ci dice come mai alla richiesta di visionare i fascicoli in possesso ai servizi sociali, rispondete che sono coperti da una privacy che non c’è per i genitori dei figli da voi “indagati”, venendo meno alla legge dello Stato n. 241/1990 e ss.mm.?

Per dimostrale la nostra disponibilità a valutare tutto il vostro operato, le propongo ufficialmente la istituzione di una Commissionepermanente, costituita da rappresentanti del vostro Ordine, dei genitori e delle associazioni che li rappresentano, per verificare quell’operare da troppi genitori contestato e da voi, invece, esaltato per efficienza e professionalità e, ovviamente, sempre con l’ausilio dell’assessorato di competenza che sembra avere poca dimestichezza con l’Istat e con i dovuti controlli previsti per legge.

Ci permetta, però, alla luce delle testimonianze che stanno emergendo sulla stampa sollecitare la Procura della Repubblica, il Tribunale ad approfondire il funzionamento dei servizi sociali, delle case protette e delle comunità, regionali ed extraregionali, in cui vengono “collocati” i minori sottratti alle famiglie, così come la mostra associazione ha chiesto con specifico esposto alcuni mesi or sono.

Riteniamo, in conclusione, che la vita pubblica debba svolgessi secondo regole, senza privilegi per nessuno, in modo trasparente, accessibile e partecipata, perché piani e programmi si fanno con soldi pubblici. Pensiamo che Lei come responsabile regionale, sia d’accordo con questi principi.

Gradisca i sensi della nostra stima.

Aosta, 3 ottobre 2019

Ubaldo Valentini,

presidente Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori (aps)

 
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Giovedì 10 Ottobre 2019 08:32

Tratto da

 

 

Chi ha paura della verità?

Solo chi sa cosa c'è nascosto negli armadi


08 Ottobre 2019

 

Riceviamo e pubblichiamo

Si incomincia a parlare dei servizi sociali e si dicono cose che tutti, compresi i compiacenti politici, conoscono da sempre, ma che tenevano ben celate. I genitori e l'opinione pubblica chiedono l'autonomia dell'informazione e delle associazioni, il rispetto del contraddittorio, della trasparenza, della libertà, dei diritti dei padri e dei loro figli. I genitori, con dati alla mano, contestano ingiustizie subite e pretendono chiarezza. Contestano ma non fanno violenza, anzi la subiscono da decenni, ad Aosta. Secondo la presidente regionale dell'Ordine Assistenti Sociali i genitori, ovvero i padri, sono incapaci di fare i genitori e, pertanto, fa intendere che siano tutti "brutti e cattivi".

Aosta come Bibbiano? Non lo sappiamo. È certo che non bastano le parole rassicuranti dell'assessore Baccega e dell'Ordine per fugare i leciti dubbi dopo le testimonianze di genitori sulle pagine di questo quotidiano e dopo quello che noi abbiamo raccolto negli ultimi dodici anni e che da tempo denunciamo nei pubblici dibattiti e nel nostro sito web.

Aosta come Bibbiano? Lo dovrà dire la Procura della Repubblica e i vari tribunali di competenza da noi allertati o azionati alcuni mesi or sono sull'operato dei servizi sociali e sulla gestione delle comunità (di chi sono?) in cui vengono collocati i minori sottratti alla famiglia.

E' indiscutibile che ad Aosta non si conosca la l. 241/1990 e ss.mm. e i servizi sociali non permettano al genitore di accedere ai fascicoli sui loro figli in nome di una privacy che non esiste (ex art. 22, l. 241/1990). Siamo in presenza di un abuso di potere che le istituzioni tutte non possono ignorare, essendo, per altro, anche un reato.

La presidentessa invece di rispondere alle accuse, denuncia un clima intimidatorio e pericoloso per le assistenti sociali con aggressioni, anche fisiche, tanto da minacciare che, per il rischio che corrono, non andranno più nemmeno nelle case dove devono svolgere le indagini familiari. Una minaccia per correre ai ripari? Così sembra. Quindi è ancor più importante l'intervento della Procura della Repubblica per sapere se le interessate abbiano già azionato la magistratura e se tali accuse rispondano a verità.

Manca la trasparenza e non si comprende perché l'Ordine della categoria non si sia mai preoccupato di garantirla, dandosi un Regolamento per disciplinare l'attività dei propri operatori. Quando, 4 anni or sono, il Regolamento è stato proposto dalla nostra associazione ed è stato accolto da alcuni politici, gli assistenti sociali e la lobby del condominio si sono opposti fermamente.

Aver paura della trasparenza e del confronto "puzza" e non poco, come "puzza" e non poco dichiararsi vittime di aggressioni fisiche e psichiche di genitori a cui vengono sottratti i figli con molta "disinvoltura". Chiediamo chiarezza da parte della Magistratura, ma fino in fondo.

Se è tutto regolare perché i servizi sociali non rispondono alle testimonianze pubblicate e alle nostre denunce? Perché non documentano (video-registrazioni, come chiedono i genitori) il loro operato? Per togliere possibili alibi chiediamo la istituzione di una commissione paritetica permanente di assistenti sociali, genitori e dall'associazione che li rappresenta per sottoporre a verifica la procedura seguita in ogni procedimento. Solo dopo si potrà parlare di rispetto della legge, di verità, trasparenza, terzietà, professionalità e rispetto dei minori e dei loro genitori.

Ubaldo Valentini
Pres. Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori

 
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Venerdì 04 Ottobre 2019 17:14

Tratto da


 

Assistenti sociali in Valle d'Aosta,

il perché della nostra inchiesta


Venerdì, 04 Ottobre 2019

 

AOSTA.

Interviste, e-mail, messaggi, paura di apparire, paura di raccontarsi e soprattutto paura delle reazioni. Articolo dopo articolo, un mondo fatto di ingiustizie e di dolore si è delineato davanti ai nostri occhi e all'interno dei nostri cuori.

Lacrime che ancora sgorgano, lacrime che sono state chiuse nei cassetti delle memorie di coloro che sono riusciti ad andare avanti.

Ogni storia è da noi verificata, ogni testimonianza registrata. Siamo stati sempre disponibili a pubblicare interventi che potevano mettere in discussione quanto da noi riportato.

È comprensibile la grande difficoltà che hanno queste operatrici e questi operatori del sociale nel dialogare su argomenti specifici. Al massimo possono rilasciare interviste su argomenti generici, che non incidono su questi racconti dolorosi.

Quella delle assistenti sociali e dei servi sociali sono istituzioni meritorie, che in molti casi hanno aiutato e risolto situazioni di estremo disagio. Ma parliamo di esseri umani che affrontano la loro professione in modo umano. Proprio per questo ci troviamo a confrontarci con eccellenze ed anche con limiti e peccati. E anche con l'illusoria certezza che il potere assolva ogni colpa.

La nostra inchiesta proseguirà coinvolgendo i soggetti attivi di questo mondo fatto di perle preziose e di mele marce. Questa è la vita: non lasciamoci sconfiggere dal male generato da poche mele marce. Chiedere aiuto alle istituzione non è una colpa, ma è un nostro sacrosanto diritto. E non dimentichiamoci che le persone che si incontrano in questi contesti sono professionisti pagati dalle istituzioni, quindi dalla collettività, per adoperarsi e rendere migliore la nostra vita e, soprattutto, quella dei nostri piccoli tesori.

Marco Camilli

 
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Martedì 01 Ottobre 2019 08:37

Tratto da

 

Valle d'Aosta, bambina tolta alla madre

in base alle relazioni "top secret" dei servizi sociali


Venerdì, 27 Settembre 2019 17:16

 

AOSTA.

Quella che pubblichiamo oggi è la testimonianza di una donna, una madre, cui è stata tolta la figlia perché ritenuta incapace di prendersene cura. Alla base di tutto ci sono le relazioni dei servizi sociali che né lei né il padre della bambina hanno mai visto.

Come è iniziata la sua vicenda?
«E' iniziata con la nascita di mia figlia nel 2009 con un cesareo d'urgenza. Era in buona salute, ma i primi giorni in ospedale non sono stati facili: non digeriva il latte, rigurgitava spesso, in più non dormiva ed io ero molto stanca. Ho chiesto così di vedere una psicologa dell'ospedale, una persona molto disponibile. Poi, una volta arrivati a casa, le cose sono migliorate».

Il rapporto con tua figlia è migliorato?
«Sì, anche perché non ero più da sola. C'era mio marito, che all'epoca era il mio compagno, ed anche sua madre. Ci davamo il cambio durante i giorni e le notti. Ho anche cambiato tipo di latte e la bambina ha continuato ad aumentare di peso. Stava bene».

Avevate un supporto psicologico?
«No».

Lavoravate?
«Io in quel periodo facevo dei lavoretti. Mio marito invece aveva perso il lavoro quando ero rimasta incinta e nonostante curriculum e colloqui non era riuscito a trovarne un altro. Ha deciso di rivolgersi agli assistenti sociali per capire come potersi muovere, se c'erano altre possibilità. Io non ero d'accordo, ma ci siamo messi in contatto con una assistente. E' stato così inserito nei Lavori socialmente utili che sono temporanei e sembrava ci sarebbe stata la possibilità di un lavoro più stabile. I servizi sociali da questo punto di vista non ci avevano mai segnalato criticità».

Poi?
«Dopo circa un anno ci è arrivata una lettera da parte del Tribunale dei Minori di Torino. C'era scritto che dovevano accertare l'abbandono di minore e se la minore era adottabile. Per noi è stata una doccia fredda. Nessuno era mai venuto a casa per fare dei controlli, nessuno ci aveva anticipato questa cosa e non capivamo su quali basi fossero arrivati ad una richiesta del genere.»

Era dovuto a delle relazioni?
«Relazioni dei servizi sociali che io ancora oggi non ho visto».

Avete chiesto di poter vedere gli atti?
«Eravamo inesperti e non ci era mai capitata una cosa del genere, quindi ci siamo affidati ad un avvocato segnalatoci dal tribunale che però ha fatto più danni che altro».

Dopo aver ricevuto quella lettera si è messa in contatto con l'assistente sociale?
«Ero arrabbiatissima, litigai per telefono con lei. Lo stesso pomeriggio abbiamo avuto un colloquio e mi ha spiegato che volevano accertarsi delle condizioni della bambina. Dicevano che lei doveva andare al nido, che però non è obbligatorio. Tra l'altro a 15 mesi, dopo un vaccino, aveva avuto una reazione avversa: aveva smesso di parlare, non mi guardava più in viso, non si relazionava più con le persone. Lo avevo fatto notare subito all'assistente sanitaria ed alla pediatra e dopo diversi consulti le hanno diagnosticato un disturbo dello spettro autistico. Così abbiamo iniziato le terapie e l'abbiamo mandata al nido per agevolarla nel percorso. Mia figlia però andava malvolentieri dalla logopedista. Abbiamo chiesto di cambiarla e lì qualcosa è cambiato. Nelle relazioni, a quanto pare, iniziavano a scrivere che non volevo farle fare terapia e che non mi rendevo conto della sua situazione».


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