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Storia di un abuso istituzionale continuato


Odissea di una bambina privata della madre

 

Una giovane donna francese si è trasferita a Menton presso un’amica per svolgere un nuovo lavoro sulla Costa Azzurra. Durante una serata in discoteca, incontra un attraente giovane italiano. Nasce, fra loro, una simpatia che ben presto si trasformerà in qualcosa di più impegnativo. Lei ha trent’anni e lui è di un anno più grande. Convenzionalmente li chiameremo Lucia e Luca.

La donna, dopo alcuni mesi, rimane incinta e il fidanzato la convince ad abortire. Lucia, rientrata a casa dopo l’intervento, nella notte accusa atroci dolori al basso ventre e, vivendo da sola, chiama il fidanzato per essere accompagnata nuovamente in ospedale, non potendo contattare il medico di famiglia. Luca si rifiuta di aiutarla e nelle ore successive non si preoccupa nemmeno di accertarsi sul suo stato di salute.

Il lunedì mattina, Lucia viene visitata dal medico di famiglia che la fa immediatamente ricoverare in ospedale per un delicato intervento a seguito del mal riuscito aborto. Alla signora viene detto che diventerà sterile in caso di altri aborti. Lucia, a causa dell’indifferenza di Luca, interrompe la relazione con lui che, dopo alcuni mesi, si rifà vivo per riprendere la relazione.

Lei, sebbene titubante, gli concede di nuovo fiducia. Si frequentano con assiduità e dopo alcuni mesi Lucia rimane nuovamente incinta, nonostante l’uso di anticoncezionali. Luca diviene nervoso, la maltratta e pretende ad ogni costo che faccia nuovamente ricorso all’aborto ma, dinnanzi al suo fermo rifiuto, incomincia a minacciarla, ad insultarla e perfino a picchiarla. Passati i tre mesi, Luca pretende che lei si rechi con lui in Inghilterra dove, a suo dire, sarebbe possibile abortire fino al quinto mese. Lucia avvicinandosi la data del parto, teme sempre più per la sua incolumità, visto che sente il suo campanello suonare a tutte le ore della notte e che Luca la minacciava dicendole che le aprirà la pancia per fare uscire il bambino.

Lucia rinuncia al lavoro, si reca in Comune per fare il riconoscimento di maternità prima della nascita, così che la bambina acquisirà il suo cognome e il successivo riconoscimento del padre potrà avvenire solo se da lei autorizzato e, comunque, il cognome di Luca sarà aggiunto a quello materno. Su consiglio del medico, si trasferisce presso i propri genitori, a mille km. di distanza dalla cittadina della costa azzurra, dove dà alla luce una bella bimbetta.

La madre di Lucia avvisa il padre del lieto evento, il quale dopo cinque giorni si reca in ospedale, non chiedendo di vedere la figlia, come sarebbe logico, ma ripetendo con insistenza a Lucia che, nonostante non l’abbia mai voluta, è disposto a riconoscere la figlia e che in futuro non vorrà avere alcun rapporto con la madre.  Il riconoscimento avviene con ritardo.

La bambina, Giulia (nome di fantasia), ben presto manifesta dei problemi fisici e nei mesi successivi viene ricoverata in ospedale. Luca, dopo alcuni giorni, si reca a trovarla e convince Lucia a trasferirsi con la bambina nel paese ligure dove vivono i suoi genitori o meglio sua madre, avendo egli interrotto qualsiasi rapporto con il padre, le sorelle e i cognati, oltre ai nipoti. La sua famiglia, proveniente da una temuta regione del Sud, vive da molti anni in Liguria e nel paese ligure vivono anche alcuni suoi parenti legati alla malavita organizzata; sua madre è parente di una nota e chiacchierata “santona” alla quale, dopo la morte, è stato costruito un grandioso santuario con soldi di indubbia provenienza, così come è stato sostenuto nella stampa indipendente. Lucia, preoccupata di garantire alla figlia la presenza del padre e fiduciosa nel fatto che i rapporti tra loro si possano rinsaldare, acconsente a trasferirsi sulla riviera ligure confinante con la Francia, anche se ella non conosce affatto la lingua italiana.

Luca prende una casa in affitto, acquista un negozio (intestandolo a suo nome facendo, però, pagare il mutuo alla compagna!) per adibirlo ad atelier di sartoria, essendo Lucia esperta nel settore dell’abbigliamento. L’affitto della casa, la gestione della stessa e le spese per il vitto sono pagati da Lucia perché lui, a suo dire, mette da parte tutti i guadagni che gli provengono da una attività imprenditoriale e commerciale floreale, per costruire una casa per la famiglia su terreni suoi. Mai fatto!

Con il pretesto di dover regolarizzare la residenza in Italia di madre e figlia, Luca accompagna Lucia all’anagrafe facendole firmare, con inganno, il consenso a far premettere il proprio cognome a quello materno della figlia. Lucia, il cui cognome discende da un antico e nobile casato di Firenze, mai consentirebbe. Lei firma perché, non dubitando del compagno e non conoscendo la lingua italiana, pensa di firmare solo una richiesta di residenza. La dipendente comunale, che sicuramente parla bene il francese, pur constata la delicatezza della pratica e vedendo che la signora non conosce la lingua italiana, stranamente non le spiega cosa stia firmando.

Lucia non è accettata dalla “suocera” (che parla quasi esclusivamente il dialetto calabrese e che vuole gestire lei la nipote arrivando a non permetterle nemmeno di prenderla in braccio), dal clan familiare delle sorelle e dei rispettivi mariti, perché Lucia è una straniera, ha rifiutato di abortire e perché è troppo bella e disinvolta. Trascorre tutto il suo tempo a lavorare ed accudire la casa; quando l’atelier è chiuso viene portata a lavorare nelle coltivazioni floreali, assieme ai dipendenti del compagno.

Luca non si interessa della figlia, dedica gran parte del suo tempo alla palestra, alle escursioni – anche per l’intera giornata – in moto e in bici, alla frequentazione di bar e ritrovi. Trascura la compagna, la sera la maltratta e non disdegna il ricorso alle mani, minacciandola che la ridurrà in carrozzella se non farà tutto quello che vogliono lui e sua madre, da cui è psico-dipendente, come scriverà una Ctu.

Gli stessi vicini di casa conoscono bene la situazione, ma hanno paura di parlare, perché la famiglia è temuta e perché, in città, c’è un clima di terrore ed esistono strani collegamenti tra politica e malavita, tanto che a causa di questi intrecci il consiglio comunale berrà sciolto per infiltrazioni mafiose.

Il padre denuncia la madre per il rapimento della figlia

Una domenica a mezzogiorno, rientrando dalla solita escursione vacanziera con la moto, Luca, con tono arrogante, comunica a Lucia che il giorno successivo riconsegnerà l’appartamento dove vivono, che lei deve immediatamente ritornare in Francia senza figlia, perché lui non vuole più vederla e si trasferirà da sua madre con Giulia.

Lucia parla con Luca e con i suoi familiari chiedendo spiegazioni ma trova un muro dinnanzi a sé. Propone, allora, di pensarci su e lei, come già preventivato, intende trascorrere due settimane di ferie dai suoi genitori, dove Giulia – che ha due anni e mezzo - conoscerà i nonni materni, gli zii e i cuginetti. Al rientro, se lui persevererà nella sua decisione, lei chiuderà l’attività artigianale e si trasferirà in Francia con la bambina a lei molto legata, essendo il padre di fatto un estraneo per la propria figlia. Tutti - a parole - dicono di essere d’accordo con la proposta e Lucia con la figlia viene accompagnata alla stazione dal proprietario dell’abitazione, poiché Luca e i suoi parenti si rifiutano di farlo.

Appena partita - era la fine di luglio 2005 - Luca denuncia immediatamente la compagna alle autorità italiane e francesi per abbandono della casa familiare e per sottrazione della minore con l’intento di espatriare in Africa, dove Lucia è nata – essendo suo padre ingegnere alle dipendenze di una ditta francese - e dove vive una sua sorella. Al processo, che è tenuto in Francia (dove Lucia si trova in vacanza a casa dei propri genitori), Luca, accompagnato dal cognato poliziotto, sostiene, senza portare alcuna prova, che la signora è stata vista all’aeroporto per espatriare con la figlia. Una vera e propria menzogna ad arte costruita per “incantare” il giudice.

La gendarmeria francese di Bourges, quando notifica a Lucia la denuncia del suo compagno che asserisce di non sapere dove si trovi sua figlia e di non aver più alcun contatto telefonico con lei (asserzioni queste sconfessate dai tabulati telefonici presentati al processo, ma da nessuno mai presi in considerazione),  gli comunica la data del processo presso il Tribunale di Bourges di lì a pochi giorni, le consiglia di non rientrare immediatamente in Italia, perché rischierebbe l’arresto e di aspettare prima l’esito del processo. Sono i giorni di Ferragosto, la signora si trova in difficoltà per avere un legale esperto di diritto minorile ed è costretta ad affidarsi a quello disponibile.

Durante il processo, a cui partecipano Luca, suo cognato e sua sorella, la legale di Luca sostiene con forza le sue tesi accusatorie.

Il giudice – in un clima surreale e senza alcuna indagine psicologica - concorda con Luca che la bambina ha subito gravi danni psicologici (!?!), perché è stata sottratta al padre (per venti giorni, dovendo aspettare il processo!), che non ha avuto contatti con lei e che la madre avrebbe tentato di fuggire in Africa.

Giulia, di appena due anni e mezzo, non vuole andare con il padre e gli zii, urla, si dibatte e supplica tutti di farla restare solo con la madre.

Dinnanzi a questo assurdo comportamento del tribunale francese, che toglie una figlia di appena due anni alla madre, nasce spontanea una domanda: cosa dovrebbe succedere quando un genitore lavora lontano da casa e vede i figli solo raramente o quando un genitore porta in vacanza da solo i figli e si assenta dalla casa familiare per varie settimane?

 

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Tribunale di Perugia e Ordine degli avvocati

Un protocollo per i genitori separati in conflitto

ma nessun protocollo per evitare la conflittualità!


di avvocato Gerardo Spira

Il Tribunale di Perugia ha sottoscritto con otto associazioni forensi perugine un Protocollo d’intesa per determinare quali siano le spese ordinarie e straordinarie per i figli e come debbano essere ripartite tra i genitori nelle separazioni. Nella stesura del protocollo sono stati volutamente esclusi i genitori e le associazioni che rappresentano loro e i loro figli. L’avvocato Gerardo Spira, strenuo difensore della bigenitorialità e delle pari opportunità genitoriali, della trasparenza, del cittadino nei tribunali italiani, entra nel merito dei contenuti ed esprime una sua critica valutazione del protocollo del Tribunale di Perugia. C’è da chiedersi se non sarebbe stato più opportuno stilare un protocollo non per contenere il conflitto tra i genitori ma piuttosto per evitare le cause che sono alla base della conflittualità.

A distanza di oltre 20 anni da quando il Protocollo è entrato nella normativa italiana, l’istituo viene assunto come strumento di disciplina e di regolamentazione da parte delle istituzioni per il raggiungimento snello e trasparente di una pubblica attività. L’istituto è però spesso impegnato per finalità diverse da quelle previste e volute dalla legge.

Al centro dell’accordo vi deve essere il cittadino il quale deve essere idoneamente rappresentato, come indicato nel documento del Tribunale di Perugia “al fine di prevenire, per quanto possibile, la conflittualità”.

Tribunale di Perugia, Ordine degli avvocati e associazioni varie dell’Ordine perugino, si sono preoccupate di disciplinare la vessata materia delle spese, senza affrontare il momento da cui nasce il conflitto, la vita di relazione tra il minore e i genitori e i rami di parentela. In questo momento nascono le discussioni e cominciano le questioni portate nel regime della volontaria giurisdizione, la disciplina del contraddittorio in cui si inserisce la P.A con i servizi sociali, responsabili della sottrazione del minore alla normativa della legge 54/2006.

Il codice civile non prevede soltanto l’art. 337, ma anche quelli seguenti sui diritti di vedere il minore, di prestargli cure ed educazione, di assicurargli una vita equilibrata senza danni e pregiudizi. L’art. 97 della Costituzione dispone che la Pubblica Amministrazione deve garantire i principi di buon andamento e di imparzialità nelle attività amministrative e quindi impone a tutti di vigilare che ciò avvenga.

Quanti tribunali adempiono a questo dovere? quanti giudici nell’adempimento della loro funzione si sono preoccupati di imporre il protocollo nella fase di separazione o peggio ancora in quella che scoppia subito dopo?

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Il pensiero dell’associazione su una materia così controversa

I protocolli … in famiglia


L’Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori da tempo sollecita i tribunali a dotarsi dei protocolli d’intesa per regolamentare l’attività dei servizi sociali quando sono da loro incaricati, in regime di separazione e/o divorzio, a verificare il disagio dei minori ed a coordinare l’attuazione delle visite protette, garantendo la massima trasparenza e il rispetto dei diritti inalienabili dei minori e dei loro genitori. La stesura, per garantirne l’oggettività, deve coinvolgere i genitori e i loro rappresentanti, le associazioni che operano in questo specifico settore, gli ordini degli avvocati, degli psicologi, degli assistenti sociali.

Il tribunale di Perugia dal 1 giugno 2016 ha reso operante un “Protocollo di intesa per il contributo al mantenimento ordinario e straordinario della prole economicamente non autosufficiente” sottoscritto da: il Tribunale di Perugia, l’ordine degli avvocati di Perugia, l’associazione italiana avvocati per la famiglia e per i minori, il forum delle associazioni familiari dell’Umbria (presieduta, guarda caso, da un legale!), l’osservatorio nazionale sul diritto di famiglia, la camera civile di Perugia,  gli avvocati matrimonialisti italiani, l’associazione italiana giovani avvocati, la camera nazionale avvocati famiglia e minori.

Prima di entrare nel merito dei contenuti, ci preme far notare che il Tribunale perugino si è accordato con otto organismi collaterali dell’ordine degli avvocati ed ha escluso i diretti interessati: i genitori dei minori e le associazioni che operano nel territorio a tutela dei minori e dei genitori separati. Una scelta forse di opportunità poiché i genitori sono quelli che subiscono sulla propria pelle il mal funzionamento della giustizia italiana e i loro figli sono quelli a cui, di fatto, viene negato il diritto alla bigenitorialità. Le associazioni estromesse difendono i diritti reali dei minori, dei loro genitori; smascherano la “ingiustizia” minorile; contestano lo strapotere dei servizi sociali, le inutilità di certe costose Ctu e le esose parcelle dei legali. Ci verrà detto che tutte queste associazioni dei legali operano come volontariato ma si dimentica di dire pure che gli avvocati che aderiscono a questi organismi quando esercitano la professione si fanno pagare e, in tantissimi casi, anche saporitamente. Chiedete a costoro se hanno mai operato gratuitamente per un minore e per un genitore senza soldi e senza patrocinio gratuito, la risposta sarà conseguenziale: no! Allora si parla di associazioni di volontariato o di altro?

Falso.

Nella premessa i firmatari sostengono che 1. si vuole “prevenire per quanto possibile la conflittualità”; 2. fornire “all’utenza del tribunale di Perugia, mancando un preciso dato normativo, criteri certi e prevedibili”; 3. “ciò consentirà dare reale consistenza allo spirito di collaborazione tra i genitori nell’interesse della prole” come indicato dalla legge sul condiviso e dalla giurisprudenza di legittimità.

I genitori non sono “utenti” del tribunale e la conflittualità si previene e si combatte con provvedimenti chiari, imparziali e vincolanti per ambedue i genitori.

La confusione e i provvedimenti ingiusti alimentano la conflittualità tra i genitori a danno dei figli ed impinguano le casse dei principi del foro!

 

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Bordighera in quel della Regione Liguria!

Trasparenza, accesso, partecipazione

amministrativa, controllo della vita pubblica!

Come vengono applicati questi principi dai servizi sociali
nel mondo della giustizia minorile

di Avv. Gerardo Spira

Accade spesso di leggere sulla stampa risposte negative di accesso agli atti nel settore della P.A. profondamente incisivi nella vita sociale del cittadino.

Quando il diniego riguarda più propriamente interessi legittimi di natura patrimoniale, il cittadino valuta con particolare attenzione sulla necessità di impugnare gli atti per la difesa più idonea.

Quando invece il rifiuto all’accesso tocca diritti più propriamente umani (relazioni, dignità della persona, sentimenti, affetti etc) si irrigidiscono le condotte e le posizioni ed i contrasti rimbalzano sulla P.A, in generale, che manca di far rispettare le leggi e prima ancora la Costituzione.

La P.A si nasconde dietro alla intervenuta separazione dei poteri e delle competenze, mentre il burocrate, responsabile del Servizio o dirigente di area, si richiama genericamente alla legge, districandosi di fatto attraverso interpretazioni di comodo, non conformi ai principi del diritto ed estranee alla volontà della legge.

I controlli segnati nei Regolamenti sono a misura dei luoghi e dell’ambiente tracciati con sottigliezza para-giuridica secondo gli usi e le consuetudini del potere politico locale.

Ciò che sta emergendo nella P.A è solo la punta dell’iceberg, la cui grancassa è ancora più drammaticamente nascosta nei piani alti dei Palazzi dove le coperture giuridiche sono state assicurate dal solito sistema della garanzia del nome, più che dalla capacità professionale estratta attraverso una severa selezione pubblica.

Chi ha ottenuto senza merito eloquente ha il dovere di seguire e di stare al giogo. Questo il detto che corre tra il popolo.

Questo sistema ha “sistemato” per lungo tempo il cittadino e la legge.

Il cittadino deluso dalla risposta rinuncia a ricorrere alla giustizia amministrativa e ancora meno a quella di supporto colorata a seconda del colore di turno.

Prendiamo il caso molto eclatante accaduto nella Regione Liguria.

Una cittadina francese, di cui omettiamo le generalità per ragioni di tutela, per le solite decisioni di malagiustizia all’italiana, non riesce ad avere rapporti equilibrati con la figlia dal 2006 (ora sono quasi dieci anni) perché secondo il pensiero dei servizi sociali e del giudice di genere, deve stare in castigo per avere accusato ingiustamente il padre della bambina. Il Tribunale ha deciso di tenerla alla gogna di un fantasioso percorso protetto fino a quando non si sarà redenta.

Il tenore ed il contenuto degli scritti evidenziano il livore istituzionale col quale è stato affrontato il caso e meno male, ripete qualcuno, che non sia finito nella sfera di un’altra “AUTORITA’”.

La coraggiosa madre francese dal 2006 affronta le difficoltà di tempo, di distanza e di diritto senza cedere né ad avvisi e né ad intimidazioni.

La donna proveniente dal vento della cultura della rivoluzione francese denuncia i fatti al CSM (Consiglio superiore della magistratura) e presenta, attraverso il suo giovane e irremovibile legale, istanze al Comune di Bordighera per leggere la occulta corrispondenza dei servizi sociali, certa che le conclamate leggi italiane sulla trasparenza e legalità amministrativa le consentissero di partecipare al rito per le ragioni del diritto, garantito nella sua Francia già da decenni.

Ha compreso poi che l’Italia è il paese delle meraviglie mediatiche, delle enunciazioni, dei compromessi e dei patti, delle collusioni e della corruzione, dei ricatti e degli accordi condizionati di caste, istituzionalizzate sulla pelle della povera gente e degli sfortunati in cerca di un amico potente.

Ha compreso ancora che il circuito istituzionale di personaggi e figure pubbliche trova il modo e la maniera di aggirare e stravolgere la volontà legislativa con interpretazioni applicative escluse dal regime della punibilità (e qui invece che il penale deve accendere i fari)

Il legale della Signora, in corso di giudizio, per avere subito la documentazione depositata presso il Comune, rivolge istanza al responsabile del Servizio del Comune di Bordighera, ove si svolgono gli accadimenti, intesa ad esercitare il diritto di accesso per prendere visione e quindi estrarre copia della documentazione utile alla migliore difesa della sua assistita. (Dunque istanza per motivi di giustizia).

 

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Le comunità minorili terapeutiche umbre.

Le responsabilità delle istituzioni pubbliche

Tagliate le ali ai minori

per non farli tornare a volare!

di Ubaldo Valentini*

 

Sconcerto ha suscitato la trasmissione televisiva di Rai 3 “Chi l’ha visto” del 22.6.2016 nel corso della quale si è parlato a lungo di una comunità per minori umbra e sono state riportate alla ribalta inquietanti scomparse di minori in difficoltà, di cui una ritrovata morta per overdose all’Ospedale Forlanini di Roma. Un’altra bambina di quattrodici anni scompare dalla stessa comunità, dopo altri due tentativi di fuga, nel 2003 e di lei non si è più saputo nulla. La magistratura archivia il caso come fuga volontaria: forse in base alle dichiarazioni dei dirigenti e professionisti della comunità. I dirigenti del centro non hanno mai chiamato la famiglia di origine dei minori scomparsi!

Una ex-dipendente - che non vi lavora più dal 2011 - ha messo in evidenza come la comunità - che anni or sono percepiva dalle istituzioni pubbliche oltre duecento euro al giorno per ogni minore accolto e tale somma oggi sarà sicuramente ben più consistente – disattendeva ai programmi “terapeutici” sbandierati per il recupero dei minori, facendo loro superare le gravi criticità esistenziali e per il loro inserimento nel mondo del lavoro ed ha denunciato l’inesistenza dei controlli delle istituzioni proposte alla vigilanza.

Ogni visita-ispezione non avveniva a sorpresa ma era annunciata con molto anticipo, come attesta la ex-dipendente e come la nostra esperienza ventennale ci induce a confermare che così avviene, nei pochi casi in cui le ispezioni vengono fatte da strutture terze. Di alcuni minori non si sa più nulla da tredici anni dopo la loro scomparsa.

La comunità è sorta venti anni fa per iniziativa di due coniugi con l’obiettivo di realizzare una realtà capace di soccorrere, assistere, curare e prevenire le devianze e le sofferenze minorili. Per loro quel progetto, allora, era insieme una sfida ed un sogno. “Ora il sogno è una realtà – spiegano i coniugi che di fatto gestiscono la cooperativa sociale come una attività imprenditoriale privata -, ma resta sempre la sfida. Quella di far uscir fuori da atroci sofferenze questi ragazzi. Ridare loro le ali per farli tornare a volare. A vivere”.

La comunità – che forse gestisce anche altri centri, come si potrebbe intuire dal web - accoglie minori da tutto il territorio nazionale, inseriti con provvedimento del Tribunale per i Minorenni o dai Servizi Sociali degli Enti territorialmente competenti.

A maggio la presidente delle regione Umbria Catiuscia Marini, accompagnata dalla Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza dell’Umbria, Maria Pia Serlupini, ha fatto visita alla comunità e si è soffermata con educatori ed ospiti. “Stando con voi, anche se per poco tempo – ha detto la presidente Marini salutando le ragazze ed i ragazzi ospiti della comunità – ho avuto modo di avvertire con forza la grande e straordinaria carica affettiva che vi circonda e vi accompagna nel vostro difficile, ma importante cammino verso il superamento di una condizione di dolore e sofferenza. Qui ho trovato qualità, serietà e responsabilità sia da parte degli operatori che vi lavorano, che dei tanti volontari che prestano gratuitamente la loro opera al servizio di questa comunità. Questa è stata per me una visita importante anche perché mi consente di conoscere da vicino e meglio le problematicità di queste realtà, e ciò mi aiuta nelle decisioni che come Regione – ha concluso la presidente - dovremo assumere per la regolamentazione dell’attività di queste strutture”.

E’ desolante sapere che le ispezioni di controllo (che, ripetiamo, sarebbero dovute essere severe e avvenire a sorpresa), da parte dei servizi sociali anche da fuori regione, erano annunciate con una settimana di anticipo. Non possiamo non chiedere alla Corte dei Conti dell’Umbria di predisporre una ispezione sull’erogazione dei soldi pubblici alle numerosissime comunità minorili – e non solo - sparse sul territorio regionale.

La criticità di strutture - gestite da tante cooperative sociali, da privati che aprono case famiglie per il recupero dei minori e quant’altro o da società di dubbio volontariato che celano interessi economici di alcuni - è noto da tanto tempo. Non si può sottacere che alcuni giovani, una volta usciti da queste strutture, si sono tolti la vita. Se a ciò si aggiungono i disagi di coloro che all’interno di queste comunità non hanno trovato il dovuto supporto per superare il loro disagio esistenziale e coloro che sono “scappati” da questi centri e di loro non si sa più nulla, è inderogabile un immediato intervento della politica e della società civile.

Cosa dire, poi, della proliferazione in Umbria di comunità “ideologiche” che sfruttano l’onda emotiva che suscitano le violenze sulle donne e i minori disagiati per mettere in piedi centri di accoglienza che usufruiscono di finanziamenti pubblici – talvolta non dovuti – e sui quali nessuno controlla?

I protocolli d’intesa per gestire queste strutture, possibilmente a livello regionale, sono indispensabili e là dove esistono si deve pretenderne il rispetto. I controlli non possono essere pianificati e devono essere fatti da personale altamente specializzato, forti del fatto che il controllore e il controllato hanno ruoli diversi.

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Lettera in redazione


Le istituzioni e i separati valdostani

 

“Unioni civili, il governo approva la legge. Bene, tutto quello che volete ma con un paese messo in ginocchio dalla crisi si dà tanto risalto a queste cose, che non sono altro che voti per sedie da migliaia e migliaia di euro al mese, anche nella futura pensione!!!!

I politici valdostani sono intoccabili e nessuno di loro controlla l’operato del Tribunale, dei servizi sociali e di tutto il mondo che gira attorno a loro…… Lo fanno perché la stampa non va contro di loro.

Mi viene in mente una cosa che mi dice sempre un mio carissimo amico: “vedi Manu, quando si scrive sulle problematiche, disastrose, dei genitori separati, da noi in valle, nessuno pubblica nulla: giornali, radio, tv. Omertà assoluta”. Allora mi chiedo, dove vivo?

Siamo poco più di 125 mila persone che vivono in Valle d’Aosta ed abbiamo il triste primato di essere in testa alle classifiche italiane per la maggior percentuale di separati e, ad Aosta, venti anni fa c’è stato il primo padre italiano che si è dato fuoco dinnanzi al tribunale per protestare contro le discriminazioni subite da parte della Giustizia che non riconosceva le pari opportunità genitoriali. Dopo due giorni morirà e il suo gesto è ricordato in Europa e in America il 7 aprile di ogni anno, ma sembra essere stato dimenticato proprio ad Aosta, dove qualche giudice di allora è ancora al suo posto e nello stesso tribunale.

I nostri politici locali su queste tematiche non aprono bocca!!

Eppure, con loro, noi siamo sempre stati pronti al dialogo ma, forse, veniamo ignorati perché diciamo le cose come vanno dette e a molti di loro non va giù la nostra chiarezza.

L'assistenzialismo sociale - proposto dai politici attraverso i servizi sociali per non affrontare i veri problemi dei separati – è, secondo il mio modesto parere, una forma di clientelismo elettorale e niente di più.

 

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Rivoluzionaria sentenza della Cassazione

 

La P.A.S. entra nei Tribunali

 

 

avv. stabilito Francesco Valentini *

 

Dopo tante inutili battaglie nei tribunali per il riconoscimento della PAS (sindrome da alienazione parentale), che è alla base della manipolazione dei minori da parte di un genitore, quasi sempre quello affidatario/collocatario, per indurli a rifiutare l’altro genitore, la Suprema Corte della Cassazione, I sez. civile, l’8 aprile scorso ha emesso una rivoluzionaria sentenza – la n. 6919 – con la quale legittima l’esistenza di questa diffusa alienazione dei figli nelle separazioni.

“In tema di affidamento di figli minori, - scrivono i giudici - qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena”.

Ai giudici del tribunale, dunque, spetta di prendere atto dell’esistenza o meno della violazione del diritto dei figli alla bigenitorialità e del diritto-dovere alla genitorialità del genitore estromesso dalla vita dei propri figli a seguito di una diffusa prassi di lavaggio del cervello dei minori da parte del genitore affidatario o collocatario per indurli a rifiutare l’altro genitore (ricercato solo per l’assegno di mantenimento e per le spese straordinarie) – e i suoi parenti.

 

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