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Venerdì 24 Luglio 2020 07:40

A Milano un bambino risulta maltrattato in comunità

Il Tribunale dei Minorenni manda in Procura il fascicolo


La Procura lo spedisce in una nuova comunità

senza far rientrare in famiglia il piccolo, traumatizzato

 

Ha solo nove anni, ma una vita difficile: il padre è stato ucciso dal nonno, lui ha problemi comportamentali fin da piccolissimo. Il Tribunale dei minorenni ha ritenuto di affidarlo a una comunità terapeutica di Cremona, dove però viene trascurato e maltrattato dagli operatori e dagli altri ragazzi. Il tribunale crede a quanto riferisce il bambino, o per lo meno ritiene che debba essere ascoltato e preso in considerazione, e infatti manda il fascicolo alla Procura delle Repubblica.

«Ci si aspetterebbe che dopo tutto quello che ha passato questo bambino, venga rimandato a casa dalla mamma» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, «invece viene stabilito che venga trasferito in una nuova comunità. Il suo inserimento in una struttura ha già dato prove di fallimento, eppure il Tribunale persegue nella decisione di tenerlo lontano dalla famiglia. Decisione che di certo non è volta a garantire il benessere di questo ragazzino».

La storia di questo bambino è costellata da traumi ed episodi molto gravi: ha sempre avuto dei problemi comportamentali e di gestione delle emozioni, che hanno portato la madre, fin da quando il piccolo aveva sei anni, a cercare un aiuto da parte di specialisti che potessero aiutarla a superare le difficoltà con lui. Due anni fa la tragedia: il padre viene ucciso dal nonno nel corso di una lite. Tragedia che segna l’intera famiglia e soprattutto questo ragazzino già fragile, che viene quindi affidato a una comunità terapeutica di Cremona, dove però il suo comportamento peggiora notevolmente.

La mamma quando va a trovalo lo trova sempre in condizioni igieniche pessime, sporco e con addosso sempre gli stessi vestiti, nonostante lei assicuri periodicamente i cambi di abbigliamento. Il volto tumefatto da lividi, i denti rotti e il corpo ricoperto da punture di zanzare, cui il piccolo è allergico: chiaro segno che gli operatori non usano lo stick antizanzare fornito dalla mamma, che gli eviterebbe le punture degli insetti e i conseguenti attacchi di febbre.

Il bambino racconta, inoltre, di essere stato vittima di comportamenti sessualizzati da parte di un compagno di stanza e di essere stato minacciato e schiaffeggiato da un operatore (che infatti poco dopo venne licenziato).

Non solo: ha raccontato che in comunità, per calmarlo, usavano metodi molto aggressivi, come bloccarlo a terra premendogli un ginocchio sulla schiena e sollevargli la testa all'indietro; altrimenti erano minacce di somministrargli calmanti tramite iniezione oppure di non fargli più vedere la madre se le avesse raccontato tutto.

Da quando è in comunità gli episodi in cui il bambino esplode, sino a faticare a contenerlo, sono sempre più frequenti: i maltrattamenti quotidiani innescano – ovviamente – reazioni aggressive nel minore, già fortemente provato dagli avvenimenti famigliari.

Dopo un’iniziale diffidenza da parte dei Servizi sociali, che hanno liquidato le segnalazioni del bambino come una mancata fiducia nella comunità da parte della madre, alla fine il Tribunale ha scelto di dargli credito, inviando il fascicolo con le ipotesi di reato alla Procura della Repubblica.

«Ma inspiegabilmente, la decisione che poteva parere la più assennata, quella di farlo rientrare in casa dalla mamma, non viene assunta. Tutt’altro: decidono di mandarlo in una nuova struttura» prosegue l’avvocato Miraglia, a cui la madre si è rivolta. «La comunità terapeutica non è in grado di gestire il bambino nella sua quotidianità, né di assicurargli quella tutela necessaria al sano e corretto sviluppo psicofisico. Chiediamo quindi che gli ispettori vadano a controllare come funziona questa struttura. E soprattutto che il piccolo torni finalmente in un ambiente sereno, come quello assicurato dalla sua famiglia. Nel frattempo depositeremo querela nei confronti della comunità e dell’assistente sociale, che sapeva tutto, ma ha sempre ignorato quanto riportato dalla madre».

 
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Lunedì 13 Luglio 2020 08:09

­­Accade a Verona


Nonna troppo invadente sulla nipote

e la “solerte” Giustizia, allertata, tace!


I nonni sono una presenza provvidenziale per i nipoti, ma, talvolta, si sostituiscono ai genitori e strumentalizzano l’indifesa bambina che vive con loro e la madre collocataria al fine di farle rifiutare il padre, nemico della invadente nonna materna, arrivando perfino a non consegnargliela quando la va a prendere, secondo il calendario concordato nell’affido congiunto.

Il padre, ogni volta che si vede negato il diritto di stare con la propria figlia, chiama le Forze dell’Ordine, alle quali non resta che constatare che la figlia, indotta dalla loquace nonna e dalla silente madre, afferma di non voler andare con il padre, asserendo che spetta a lei (fin dall’età dei tre anni) decidere se rispettare le disposizioni del tribunale o meno.

Così le impongono di dire la nonna e la succube madre, su consiglio dei legali, che arrivano perfino a negare il diritto minorile, la dottrina e giurisprudenza, sostenendo che la bambina (ora ha sette anni), se vuole, può non andare con il padre e la madre (pardon la nonna) può portarla in vacanza quando e dove vuole, anche se la stessa (madre) non è presente, e ha il diritto di non informare né di chiedere il consenso al padre. Le vacanze estive con la madre non sono previste negli accordi sottoscritti dinnanzi al giudice. Le vacanze con il padre, previste, non vengono concesse dalla nonna (materna), che, di fatto, ha sequestrato la nipote – che gestisce direttamente – e, per timore che parli con il padre, lo lascia fuori dal cancello quando tenta di poter prendere la piccola e tenerla con sé nei tempi e nelle modalità previste oppure, almeno, di salutarla. La invadente nonna, pertanto, si nasconde dietro la siepe e suggerisce alla nipote le risposte da dare al genitore.

Cosa strana è che quando il padre la prende quasi sempre all’uscita da scuola per tenerla, però, solo per alcune ore, la bambina è gioiosa, va a casa sua e gioca con lui. Come mai se non c’è la nonna (e/o la madre) non lo rifiuta?

Sono state fatte numerose denunce/querele per mancata esecuzione dolosa dei provvedimenti del tribunale nonché per sottrazione di persona incapace. Inoltre, ci sono molte relazioni dei carabinieri chiamati sul luogo che, fra l’altro, hanno allontanato la nonna, che rispondeva loro al posto della madre, ma la Giustizia veneta sembra non comprendere i pericoli psico-fisici che la bambina corre, se non viene fatto divieto espresso alla nonna di incontrarla e di tenerla nella propria casa e se non si predispone un riavvicinamento con il padre, permettendo alla bambina di stare anche con lui e dormire presso di lui nei fine settimana. Siamo chiaramente in presenza della devastante Pas e non si può girare la testa da un’altra parte, consolidando il disagio della bambina i cui sviluppi, purtroppo, non sono auspicabili ma prevedibili.

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Lunedì 13 Luglio 2020 08:00

Al comune di Ferrara, Finalmente fatti non parole!


Il 10% degli alloggi popolari


andranno ai padri separati


Finalmente da un comune coraggioso e attento a tutti i cittadini viene riconosciuto il diritto all’assegnazione degli alloggi popolari anche ai padri separati, che difficilmente, in tutta Italia, accedono alle graduatorie dell’edilizia popolare perché – altra anomalia – i figli vengono affidati-collocati quasi sempre presso la madre. Il comune di Ferrara, pioniere nel modificare il regolamento di accesso alle graduatorie per l’edilizia popolare, ha stabilito che il 10% degli alloggi saranno riservati ai genitori separati con figli in affido condiviso e in particolare ai padri separati.

“Molto spesso - afferma il sindaco Alan Fabbri -, infatti, in caso di divorzio di coppie con figli, sono i padri che si trovano a lasciare la casa comune all’ex moglie e ai figli minori. La perdita dell’abitazione sommata alle altre difficoltà, inevitabili in una separazione, in certi casi può diventare un ostacolo insormontabile e creare condizioni di vita molto difficili che possono facilmente trasformarsi in situazioni di grave indigenza. E’ proprio quello che vogliamo evitare con questa nuova misura.

Con il nuovo regolamento, completato lo scorso gennaio, abbiamo fatto in modo di dare la precedenza nell’accesso alla casa popolare ai ferraresi, in particolare agli anziani, alle famiglie monogenitoriali e alle giovani coppie, a coloro, cioè che fino ad oggi sono stati penalizzati nell’accesso agli alloggi Acer – spiega il sindaco -. Ora vogliamo fare di più: i padri separati sono cittadini che da un momento all’altro possono trovarsi in grave difficoltà economica e che possono avere bisogno di un sostegno temporaneo per ripartire: questo è l’aiuto che vogliamo dare, per evitare che una difficoltà di un momento possa trasformarsi in una situazione peggiore senza un supporto”.

L’assessore alle Politiche Abitative, Cristina Coletti, sottolinea che, “dopo aver impostato in modo più equo i parametri generali di accesso ora abbiamo deciso di andare incontro al bisogno di casa di una categoria che costituisce ormai anche secondo i dati della Caritas una povertà vulnerabile. I genitori separati sono una nuova categoria di poveri e a loro dedichiamo una attenzione speciale”.

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Lunedì 06 Luglio 2020 08:21

La Pubblica amministrazione nello stato confusionale


La confusione pandemica ha aperto

varchi alle infiltrazioni illecite e criminali


avv. Gerardo Spira*

Da qualche tempo la pubblica amministrazione è entrata in stato confusionale. “Si è perduta la religione”, si dice quando viene superato ogni limitelegale e morale. Tutti contro tutti. E nella confusione stanno venendo giù i reticolati di argine e di protezione al sistema, parola magica di garanzia che ha tenuto incollato politica, burocrazia, criminalità e reticolato istituzionale. Dai varchi, come sul fronte di guerra,si è aperto l’assalto alla Diligenza pubblica. E nessuno riesce più a fermarlo. Anzi i tutori dell’avamposto scappano, senza voltarsi.

I controllori hanno rinunciato al loro ruolo. La legalità che già era una chimera in questo Paese, è stata travolta dagli eventi dell’ultima pandemia. La Grande Stalla pubblica è ormai senza porte e senza guardiani. La delinquenza politica ha avuto il sopravvento sullo Stato, fondato sulla Carta costituzionale.

Le Case comuni, che una volta si chiamavano Municipi, sono state invase da nuovi personaggi, ben vestiti, dall’accento combinato, arricchiti di titoli acquisiti nelle scuole specializzate di sociologia criminale. Luoghi attrezzati e trasformati in roccaforti di società anonime e consorterie al servizio di soggetti che gestiscono il teatro delle” macchiette”.

Il Covid 19, invisibile ma incisivamente filtrante ha aperto lo scrigno della vita pubblica. Non solo, che, per gli effetti dei rigurgiti incontrollati, sta smantellando il vecchio palcoscenico,costruito, a forza, per tenere a bada ilpopolo. Il potere, con tutta la sua organizzazione, è caduto nel vortice di un batterio invisibile e invulnerabile, almeno finora, il quale, attraverso una diffusione vaporizzata, ha messo in subbuglio pensieri e studi di scienziati da cui dipendono le ragioni delle scelte politiche.

La pandemia ha invaso tutto e tutti, persone, ruoli, competenze, attività, professioni,e ogni aspetto della vita sociale. La pandemia ha travolto organizzazione sociale, pubblica e privata.  Il paradosso della situazione è che i cittadini, si sono alleati col covid 19, ansiosi di buttare giù “il sistema”in cui sono prevalseragioni e interessi di prediletti e preferiti. Il giocattolo perde pezzi e funzioni e nessuno vuole usarlo.

Si parla di nuovo, di una rivoluzione culturale, ma i furbi, i soliti furbi, sono già appostati sul margine della promessa via. Invece La collettività ha preso coscienza; non crede più a nessuno e aspetta, in silenzio, l’occasione per far buttare giù il sistema, il mondo di bugie, di false promesse, di intrighi, di accordi combinati tra politica e delinquenza.I cittadini Hanno capito che il voto è l’arma più certa per ristabilire democrazia e giustizia? Forse sì.

Siamo al punto di non ritorno e nessuno, di coloro che hanno fatto vittime, potrà sperare di farla franca. Tutti risponderanno, anche chi è rimasto inerte a guardare. Il Covid ha invaso anche la magistratura, il grande pilastro delle garanzie legali. Quando il cittadino perde la fiducia nelle istituzioni non dà più peso alle sue decisioni. Il Presidente della Repubblica lo ha compreso e nella tensione del suo discorso c’è tutta la preoccupazione di Capo di Stato. Le sue parole sono state molto chiare e sono giunte intensamente al cuore degli italiani, che soffrono e patiscono ingiustizie e fame.  E le notizie di questi giornisono come un fiume in piena che fannopresagire tempi peggiori.  Quando viene inquisito un magistrato o peggio ancora arrestato per gravissimi reati,ètravolta l’immagine dello Stato di diritto. E non si salva il simbolo dell’intera organizzazione della giustizia, perché tutti sapevano e sanno. Tutti, direttamente e indirettamenteerano incollati nel sistema delle correnti, per laute carriere e non per pubblica beneficenza. L’ANM, smascherata da insinuanti intercettazioni è risultata gestita con metodi che non onorano la dignità della “vesta”.

Quei personaggi ancora operano e forse decidono su questioni dei cittadini. Ancora in attesa di una misura che troverà la soluzione ponderata nel libro della smorfia. Gli scontenti e i contrari non osano apparire. Bisbigliano pensieri e malumore di bocca in bocca nei luoghi di lavoro, sotto i portici, lontani dagli occhi delle telecamere, nei bar e nelle piazze, guardandosi intorno. Senza più alcuna riverenza rispettosa.

La società incalza per conoscere le tante verità, tenute nascoste o negate, negli archivi segreti di Stato, di delitti concordati e programmati.  Un mondoocculto e parallelo in cui sono stati organizzati i più feroci delitti contro uomini e persone che facevano il proprio dovere, coscienti di morire per lo Stato.

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Giovedì 18 Giugno 2020 15:13

Indispensabili modifiche ed integrazione al ddl. “Family Act”.


I figli hanno due genitori

e non solo il collocatario!


Il Parlamento sarà chiamato ad approvare il ddl, “Family Act”, deliberato dal consiglio dei ministri l’11 giugno. Fra le varie agevolazioni per i genitori prevede anche l’assegno universale ai figli minorenni fino ad €. 240 mensili – che dopo il 1° figlio verrà alzato del 20% - ridotto ad €. 80 al mese dal 18° al 26° anno di età) ed altri contributi per i figli e alla famiglia in cui vivono. Nella famiglia convivente non sorge il problema a chi vengano versati detti contributi, madre e/o padre, e nessuno problema sorge per i tanti altri benefici previsti dal ddl.

Nelle coppie non più conviventi con affido condiviso e collocazione prevalentemente dei figli presso uno di loro - mentre sull’altro genitore grava l’assegno di mantenimento degli stessi – il contributo ad ogni figlio e gli altri benefici vengono dati al genitore collocatario (quasi sempre la madre) che già spesso è stata inspiegabilmente “agevolata” dai tribunali, forse in sudditanza a ideologie di genere che nulla hanno a che vedere con il diritto. L’altro genitore, quasi sempre il padre, deve pagare un mantenimento imposto non sempre con equità se non vuole incorrere in pesanti e devastanti condanne penali; deve contribuire alla crescita dei figli – come impone l’art. 30 della Costituzione - senza che gli vengano riconosciuti interamente e in modo paritario gli stessi diritti riservati, invece, al collocatario.

Il genitore non collocatario deve avere lo stesso trattamento di quello collocatario sia economico che nei bonus e benefici vari previsti e pertanto il tutto deve essere ripartito al 50% tra gli stessi, come giustizia vuole.

L’associazione si è rivolta ufficialmente ai Gruppi parlamentari di Senato e Camera, al presidente del Consiglio, Presidente Senato e Camera, Ministro Giustizia e Pari opportunità per richiedere che, in sede di approvazione del ddl., siano apportate sostanziali modifiche al testo del consiglio dei ministri per tutelare la equità di trattamento per ambedue i genitori indipendentemente che siano essi collocatari dei figli o no.

***

Questo il testo della lettera del 15.6.2020

“Mentre lo Stato è impegnato a tenere unita la comunità nei principi, i tribunali dei minori ed ordinari vagano nel buio del sottobosco delle interpretazioni, pregiudicandone il valore. La Giurisprudenza affermata nei Tribunali tradisce la normativa della legge 54/2006 e stravolge il sacrosanto principio: la legge è uguale per tutti, in termini sociali, morali ed economici. La giustizia, secondo la Costituzione, deve muoversi in termini di uguaglianza e di pari opportunità nei confronti della coppia non più convivente, separata e divorziata, senza privilegi, favori o vantaggi.

Ogni tribunale, in questo Paese, ha stretto un patto con avvocatura locale e con i servizi degli enti territoriali, Motu proprio, stipulando protocolli concordati, diversi in ogni circoscrizione.

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Venerdì 12 Giugno 2020 17:47

Speranza non la racconta giusta


L’alienazione genitoriale esiste! Eccome!


La senatrice Valeria Valente, pd, presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio nonché su ogni forma di violenza di genere e membro della 2ª Commissione permanente (Giustizia) ha presentato una interpellanza al Ministro alla Salute, on. Roberto Speranza, ex-capogruppo pd, ora segretario Articolo Uno, per chiedere una condanna contro la Pas che alcuni tribunali incominciano a riconoscere e, di conseguenza, tolgono la collocazione dei figli presso la madre che la provocano. “La Pas – sostiene la senatrice - non è una patologia e non può essere utilizzata nei processi di separazione, specie nei casi di violenza domestica.

Come sappiamo la Pas è ancora determinante in molti processi per separazione – prosegue la Valente – utilizzata soprattutto contro le donne in caso di violenza. Ma non è una patologia, e quindi non può essere usata. Rientra nell’ambito delle competenze del ministero della giustizia intraprendere le adeguate iniziative finalizzate a garantire che, nelle sedi processuali, non vengano riconosciute patologie prive delle necessarie evidenze scientifiche, tanto più pericolose perché aventi ad oggetto decisioni in materia di minori”.

Il ministro ha fatto proprie le lagnanze della senatrice che, fra l’altro, esprime gratuite e di circostanza valutazioni estremamente negative sulla Pas, pur non essendo una psichiatra, ma una politica di lungo corso al comune di Napoli e al parlamento italiano. Certo un ministro, espressione di una sinistra adagiata da sempre solo sulle rivendicazioni delle femministe – che portano voti - anche quando vanno oltre il rispetto del diritto e della equità genitoriale, sottolinea che la Pas non è ad oggi riconosciuta come disturbo psicopatologico dalla grande maggioranza della Comunità scientifica e legale internazionale, e anche negli Stati Uniti è soggetta ad amplissime discussioni.

Nonostante la mancanza di evidenze scientifiche nella Letteratura medica – scrive il ministro – la Sindrome da Alienazione Genitoriale continua, ancora oggi, ad essere utilizzata in ambito giudiziario. Infatti, sono ancora molti i casi di bambini affidati ad un genitore sulla base dell'uso improprio della PAS, così come sono molti i casi di bambini inviati nelle comunità rieducative”.

Rientra nell'ambito delle competenze del Ministero della giustizia, continua Speranza, intraprendere le adeguate iniziative finalizzate a garantire che, nelle sedi processuali, non vengano riconosciute patologie prive delle necessarie evidenze   tanto più pericolose, poiché aventi ad oggetto decisioni in materia di minori” e ricorda che “sono disponibili valide rassegne sistematiche sulla questione della PAS pubblicate su riviste internazionali anche da parte di gruppi di studiosi italiani, che possono rappresentare un punto di riferimento avanzato per evitare l'uso improprio del concetto di alienazione dei genitori nelle controversie sui bambini e per consentire un uso corretto di tale concetto in aree cliniche e forensi”.

Il ministro, in definitiva, sostiene la “pericolosità” del riconoscimento della Pas, disconoscendo le drammatiche situazioni di molte migliaia di padri che, seppur condannati a versare alla ex il mantenimento dei figli, non riescono più ad avere alcun rapporto con loro poiché indotti – una volta si sarebbe detto plagiati, ma la sostanza non cambia – a rifiutare l’altro genitore, che troppo spesso “disturba” i progetti affettivi ed economici materni.

La violenza – perché tale è – della madre sul figlio e sul padre dei suoi figli non è degna di attenzione e le sue denunce non devono essere prese in considerazione dalla Giustizia, così come vuole il retrivo mondo femminista che, da sempre, contesta un pur minimo spazio al padre per svolgere il proprio ruolo genitoriale, così come previsto dall’art. 30 della Costituzione, dal diritto italiano e dalle Convenzioni internazionali sull’infanzia.

Il ministro invoca gli organismi scientifici internazionali, come se detti organismi fossero al di sopra di qualsiasi sospetto e come se le risposte del mondo scientifico, come spesso accade e come la pandemia del Covid 19 ci ha dimostrato, siano oggettive e imparziali.

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Venerdì 12 Giugno 2020 17:30

Le contraddizioni del sistema


La mediazione familiare:

quando e come è praticabile


Ubaldo Valentini

La mediazione familiare non è un toccasana per superare le divergenze tra i genitori sulla gestione dei figli dopo la fine della convivenza. Chi la effettua, soprattutto, non sono sempre professionalmente (con titoli scientifici e non con attestati di corsi “fai da te” di alcune ore predisposti e gestiti dall’ente di appartenenza) all’altezza del delicato compito a cui sono chiamati i mediatori, dipendenti delle strutture psico-sanitarie delle Asl o loro convenzionati che operano senza uno specifico Regolamento e, purtroppo, senza il dovuto monitoraggio e controllo – dovuto per legge - dell’ente pubblico e tantomeno dei tribunali.

La logica dei tribunali e dei servizi sociali tiene conto quasi esclusivamente delle esigenze degli adulti (genitori) e trascura i disagi e il malessere subiti dai minori quando non accettano la famiglia allargata o quando non accettano di limitare la loro presenza con il genitore (quasi sempre il padre) non collocatario. La parte debole, nella coppia con figli, sono i minori che nulla hanno a che vedere con le “leggerezze” e, spesso, con l’”immaturità” dei genitori. Sono i genitori che devono adeguarsi alle loro aspettative e non viceversa perché i minori sono persone e come tali vanno integralmente rispettati indipendentemente dall’età ricordandosi che non sono stati loro a chiedere di venire al mondo. L’arroganza dei genitori che non vogliono rinunciare alle “loro” esigenze e prerogative di rifarsi una vita deve essere fermata dal tribunale, predisponendo indagini psicologiche effettuate da professionisti specifici attraverso specifica Ctu.

Le esigenze degli adulti e le loro ripicche, pertanto, non possono essere “imposte” ai figli minori, le cui esigenze vanno tenute presenti e protette dal tribunale e dai servizi sociali a cui spetta imporre ai genitori i tempi di crescita e di accettazione delle nuove situazioni familiari dei minori senza ricorrere a frequenti ”forzature” dei “tecnici” della psiche, o altri, siano essi liberi professionisti facenti parti di strutture pubbliche.

Il tribunale di Ravenna, dinnanzi al rifiuto dei figli minori ad accettare la presenza della nuova compagna del padre, si è preoccupato di far accettare ai figli – e in fretta – la sua nuova situazione familiare imposta senza il loro assenso (n.1847/2020).

E’ dovere del tribunale sentire direttamente i minori (e solo in casi eccezionali tramite terzi) prima di trarre conclusioni preconcette e rinviare il problema alla mediazione familiare che parla con gli adulti (in conflitto tra loro e pertanto è supponibile che la loro versione possa non essere autentica) e solo dopo incontra i minori spesso senza le dovute competenze professionali di psichiatria infantile e/o psicologia dell’età evolutiva e senza un ctp.

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Venerdì 05 Giugno 2020 16:55

Cambiate le condizioni i provvedimenti vanno rivisti


Mantenimento dei figli dopo il Covid-19

Ricorso per cambiare le condizioni di affido


I recenti sconvolgimenti socio-sanitari hanno cambiato sia le condizioni economiche che la vita sociale dei genitori esistenti all’emissione dei provvedimenti di affido dei figli da parte del tribunale. Non esistono più i redditi percepiti dai rispettivi genitori e, soprattutto, di quelli del genitore non collocatario; i figli hanno cambiato le modalità di accesso alle attività extrascolastiche, riducendone i costi da sostenere dai genitori; ambedue i genitori hanno molto più tempo a disposizione da dedicare ai figli; sono aumentati, a seguito della pandemia covid, i contributi pubblici e privati elargiti a vario titolo, che sistematicamente vengono beneficiati solo dal genitore collocatario, mentre all’altro genitore rimane l’obbligo del pagamento mensile dell’assegno di mantenimento e delle spese straordinarie, pena la condanna penale. Un genitore deve pagare mentre l’altro beneficia al 100% dei contributi, arrivando ad accumulare consistenti somme senza controllo alcuno.

Il genitore non collocatario può ricorrere, per la modifica delle precedenti condizioni, al tribunale, chiedendo l’affido paritario dei figli con il loro mantenimento diretto e con la restituzione ai legittimi proprietari della casa familiare, se concessa al genitore affidatario (quasi nel 95% dei casi alla madre). Nel caso in cui tale affido alternato non sia possibile o non sia concesso per preconcetti del tribunale, l’assegno di mantenimento, come espressamente prevede la legge, essendo cambiate le condizioni socio-economiche dei genitori, obbligatoriamente va drasticamente ridotto, così come pure tutte le spese straordinarie vanno subordinate, sempre, all’approvazione preventiva scritta (solo mediante comunicazioni tracciabili) di ambedue i genitori. Tutti i contributi degli enti pubblici e privati elargiti a sostegno della famiglia con figli, e percepiti esclusivamente dalla madre collocataria, vanno rigorosamente destinati per il 50% a copertura dell’assegno di mantenimento che il padre mensilmente deve versare alla madre per i figli. Gli stessi assegni familiari (Inps) vanno equamente ripartiti tra i due genitori e non concessi, come ora, alla madre collocataria.

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