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Lunedì 23 Settembre 2019 09:21

Aosta: la verità negata dalle istituzioni


La Valle d’Aosta tace sugli abusi che impotenti genitori e minori subiscono da parte delle istituzioni proposte alla loro tutela.

Tantissimi cittadini di Aosta hanno vivo il ricordo delle proteste pubbliche, nella indifferenza quasi generale, che l’insegnante Antonio Sonatore faceva in piazza e dinnanzi a quel tribunale che gli aveva tolto il diritto di vedere e frequentare la propria figlia. Non sopportando più l’umiliazione di essere stato privato della sua genitorialità e non trovando nessun sostegno dalle istituzioni e dalla politica, il 7 aprile 1996 si diede fuoco dinnanzi al Tribunale e due giorni dopo morì tra atroci sofferenze. Non un ricordo pubblico delle istituzioni valdostane, neanche con una stele o l’intestazione di una via, per testimoniare che quel gesto, comprensibile ma non condivisibile, è stato il sacrificio estremo di amore verso la propria figlia. Ne parlò la stampa nazionale e il 7 aprile di ogni anno e in tutto il mondo in suo ricordo si celebra la giornata del genitore estromesso dai propri figli, cioè il fallimento delle istituzioni nella difesa dei genitori dinnanzi ai soprusi di servizi sociali, tribunali e forze dell’ordine.

Questo muro del silenzio sugli abusi dei servizi sociali e delle istituzioni pubbliche in genere - che la nostra associazione ad Aosta sta combattendo da oltre un decennio - incomincia a cedere grazie all’azione di una stampa locale attenta alle problematiche sociali. Il quotidiano on line Aostaoggi.it pubblica, ogni venerdì, le testimonianze di genitori e figli “vittime” dei soprusi di un servizio pagato con i nostri soldi. Testimonianza che il direttore della testata giornalistica, Marco Camilli (giornalista che intervistò lo sfortunato insegnante), ha raccolto durante una sua approfondita indagine sull’operato dei servizi sociali valdostani, dalla quale emerge un quadro preoccupante che non può essere ignorato dalle istituzioni regionali che, invece, cantano ad ogni occasione le virtù di un servizio sociale che fa acqua da tutte le parti e che i cittadini inutilmente denunciano.

E gli Organi e le Autorità della Giustizia?

Le responsabilità in questa materia è di tutti coloro che sono coinvolti nei procedimenti, dai pareri, alle decisioni provvisorie, fino alle sentenze. Non è più il tempo di attendere.  Dopo restano i rimorsi e la disperazione per le vite perdute. Chi ha il dovere di intervenire deve farlo subito e accertare che dichiarazioni ed istruttorie siano state fatte nel rispetto della legge e della morale. Chi ha sbagliato va allontanato dalle funzioni e chi sa di aver commesso errori, ha il dovere di segnalarlo e di dimettersi. Dopo non solo sarà tardi, ma costituirà un aggravante nei reati scoperti. Il CSM e il Ministro della Giustizia e della P.A. non possono restare in silenzio di fronte a ciò che sta bollendo dopo Bibbiano.

Ogni giorno di ritardo concorre a rovinare la vita anche di un solo minore e a permettere agli organizzatori di tali crimini di lucrare sulla pelle di innocenti e su quella dei sacrifici dei cittadini. L’orrore di questo misfatto dovrebbe svegliare la coscienza di chi ora sa e non intende concorrere a farlo continuare.

 

Tratto da


"Sedicenne violentata dalla famiglia":

l'accusa dei servizi sociali della Valle d'Aosta basata

su disegni e respinta dal giudice


Venerdì, 20 Settembre 2019

Aosta.

Oggi vi proponiamo la testimonianza di Silvia, nome di fantasia di una giovane donna che durante la sua tormentata adolescenza ha rischiato di essere allontanata dalla sua famiglia per essere inserita in una comunità. Sulla base di disegni e vignette, una psicologa ed una assistente sociale avevano infatti scritto in una relazione che la madre e il suo compagno la violentavano. Ma non era vero.

Silvia, la tua storia inizia nove anni fa, quando avevi 16 anni.
«Esatto, a 16 anni. Andavo a scuola ad Aosta, ero una ragazza difficile, molto nervosa e se una cosa mi dava fastidio alzavo le mani. Finivo spesso in mezzo a risse, avevo spesso degli scatti di nervi e dopo un po' di denunce intervenne la polizia e mi disse che dovevo seguire un percorso psicologico».

Come si svolgeva questo percorso?
«Partecipavo ad incontri con una psicologa, ma sin da subito era presente anche una assistente sociale. Chiesi il perché ci fosse anche lei e mi risposero di non preoccuparmi perché «ora si usa così». Me la ricordo molto bene questa frase. Iniziai col fare alcuni test: dovevo creare una storia usando delle vignette e fare il test di Rorschach, quello con le macchie di colore. A me è sempre piaciuto disegnare, ho sempre avuto fantasia e ci vedevo un po' di tutto in quelle immagini. Mi chiesero anche di disegnare la mia famiglia e io disegnai mia madre sorridente che apriva la porta di casa. Poi mi dissero di disegnare qualcosa a caso e gli feci il Sole e la Luna perché era un compito che avevo appena fatto a scuola».

Per quanto andarono avanti quegli incontri?
«Erano una o due volte a settimana, duravano un'ora o un'ora e mezza ed erano sempre basati su queste cose. Ogni tanto dialogavamo, ma più che altro facevo dei test. C'erano sempre la stessa psicologa e la stessa assistente sociale e ci incontravamo nella sede di corso Saint-Martin-de-Corléans. Vivevo molto male quella situazione e ho cercato di rimuoverla quindi non ricordo bene per quanto tempo è andata avanti. E' durata comunque dei mesi».

Questo percorso aveva modificato qualcosa nel tuo comportamento?
«No, non era cambiato niente».

La tua famiglia come reagiva al tuo comportamento?
«Mia madre e il suo compagno male, erano dispiaciuti e non capivano il perché mi comportassi così. Chiedevano di partecipare ai colloqui visto che ero minorenne, ma non li hanno mai fatti entrare. Alcune volte però hanno parlato con loro da soli».

Cosa ti diceva la psicologa durante gli incontri?
«La mia impressione è che cercasse un qualcuno a cui dare la colpa, come se volesse rigirare la frittata contro mia madre e questo fatto mi snervava. Mi chiedeva del rapporto che avevo con mia madre e il suo compagno, se mia madre mi faceva avere tutto, se mi rispondeva male, se mi dava da mangiare. Io in quel periodo non andavo d'accordo con loro. Non andavo d'accordo col mondo. Ma non mi hanno mai fatto mancare niente, abitavamo in una casa bellissima, avevo vestiti e tutto».

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Venerdì 20 Settembre 2019 16:12

Pubblico dibattito per non tacere


Come Bibbiano … anche ad Aosta?


Martedì 24 settembre alle ore 17.30, in Aosta (Hotel des Etats - piano terra palazzo comunale- piazza Chaoux,1), si terrà un pubblico dibattito su: “I sotterfugi delle istituzioni per sottrarre i minori alle famiglie. Come a Bibbiano … anche ad Aosta?”, relatore avv. Gerardo Spira, introduce e coordina il dibattito Ubaldo Valentini. Sono gradite testimonianze e interventi al dibattito. Ingresso libero, trasmesso in diretta su Aostaoggi.it.

La tematica, snobbata da istituzioni e politici, è di estrema attualità, sia per i fatti di Bibbiano che per quanto sta emergendo, ovunque, e finalmente anche in valle Aosta, con dirette testimonianze di chi ha subito gli effetti traumatici delle azioni forzate dei poteri giudiziari e dei servizi sociali. Testimonianze che, una testata online, sta pubblicando da un mese. La cronaca di questi giorni ci ricorda che persone innocenti – sempre i padri - vanno in carcere con accuse infamanti, confermate poi, anche se non sempre integralmente, dal Tribunale di Aosta e cancellate dalla Corte d’Appello di Torino. Tutto ciò mette in allarme l’opinione pubblica. Scopriamo che persone e soggetti, appositamente delegate dalla legge, hanno perpetrato i più odiosi “abusi istituzionali” contro i minori e le famiglie, per ragioni che sono fuori dal diritto e dalla logica della legge.

Scopriamo che nessuno di quelli che risultano coinvolti nel filone delle sottrazioni ha vigilato e controllato o, se lo ha fatto, ha disatteso atti pubblici e provvedimenti emessi con la firma di responsabili e dirigenti di Servizi, sotto “l’occhio” (?) di P.M. e di Giudici tutelari e di esecutori. Tutti coinvolti, ma nessuno ha il coraggio di fare un passo indietro, dichiarando la propria responsabilità. Ad Aosta, intanto i padri, estromessi dalla vita dei loro figli, dal 1996 continuano a suicidarsi e le istituzioni tacciono! Tacere, in una certa società è un brutto segnale! La sottrazione dei minori alle famiglie riguarda anche la Valle d’Aosta e la nostra associazione continua a denunciarlo da anni, nella indifferenza di chi, al contrario, dovrebbe preoccuparsi. Come se ci fosse un patto di non belligeranza tra contendenti. Anche sui minori si costruiscono carriere politiche e funzionali, con soldi pubblici a carico del cittadino.

Aosta come Bibbiano?

Non lo sappiamo ancora, ma sappiamo, per averlo constatato, che nei servizi sociali corre una diffusa indigestione in questo affare, quando si parla di accesso agli atti, di trasparenza e di procedimenti amministrativi. Pensiamo che esista anche ad Aosta un “sistema” che condizioni la indipendenza e l’autonomia di alcuni settori. Noi leggiamo e ascoltiamo le vittime e lo denunciamo, senza peli sulla lingua, perché la mano pubblica, quella estranea, affondi le indagini in un mondo in cui il pubblico danaro diventa il solo scopo personale contro piccoli innocenti, ostaggio di una cultura superata dalla civiltà dei nostri tempi.

Noi saremo sempre dalla parte dei minori e della famiglia, per finalità diverse di chi si rende responsabile di abusi e di violenze con gli strumenti della legge. E lo faremo, come sempre, senza peli sulla lingua. Non ci tranquillizzano le dichiarazioni dell’assessore Baccega della Regione della Valle d’Aosta.

 
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Mercoledì 18 Settembre 2019 15:51

 
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Martedì 17 Settembre 2019 08:27

 

 

Valle d'Aosta, la maternità di una giovanissima donna

e le assistenti sociali


Venerdì, 13 Settembre 2019

AOSTA. Quella che pubblichiamo di seguito è la terza testimonianza di una persona che ha vissuto sulla propria pelle il rapporto non sempre facile tra le difficoltà umane e una parte delle istituzioni rappresentate nel caso in questione da alcune assistenti sociali.

È una storia a lieto fine e complicata data la giovanissima età della protagonista che si è trovata ad affrontare una maternità improvvisa e tante avversità, potendo però contare su un compagno ed una madre decisi a difendere il loro diritto a costruire una famiglia.

«Nel novembre del '92 mi trasferii dalla Toscana a Villeneuve seguendo mia madre dopo la separazione dei miei genitori. All'epoca frequentavo le scuole medie (ero stata bocciata due anni) e qualche mese dopo il trasferimento conobbi il mio attuale marito e padre dei miei figli, più grande di me di nove anni. Mi innamorai di lui, fu un colpo di fulmine. Due anni dopo durante gli esami di terza media scoprii di essere incinta, ma non dissi nulla a casa. A scuola però si accorsero della mia situazione ed anziché contattare la mia famiglia fecero intervenire i servizi sociali. In quel momento iniziò il calvario mio e della mia famiglia.

Iniziai ad incontrarmi con un'assistente sociale (che oggi si occupa di assistenza agli anziani perché tolta dall'incarico di seguire minori) e con una psicologa (anche lei non svolge più quel ruolo). Sin dall'inizio con loro fu uno scontro continuo su tutto. Mi minacciavano quotidianamente, mi dicevano che non avrei visto mia figlia fino all'affido da parte del Tribunale dei minori. Avevo con loro colloqui quasi giornalieri ed erano sempre pronte a farmi una guerra spietata con un accanimento folle contro di me e la mia famiglia. Al quarto mese di gravidanza arrivai a chiedere di abortire: non reggevo il peso di tutta quella cattiveriaMio marito però si era assunto sin da subito tutte le responsabilità e io decisi di portare avanti la gravidanza. Furono però i nove mesi più lunghi della mia vita. Un giorno sì e uno no ero obbligata a presentarmi al consultorio per dei colloqui.

La notte del 17 marzo 1995 iniziarono le contrazioni. All'ospedale Beauregard in sala parto c'era mio marito mentre all'esterno l'assistente sociale e la psicologa aspettavano che io partorissi. Quando nacque la mia splendida figlia, mio marito non la perse mai di vista avvertendo che non sarebbe stata portata fuori dall'ospedale sino all'affido. Il giorno dopo mio marito si recò in Comune con un testimone registrandosi come padre, dando il cognome a mia figlia, ed anche come madre visto che io avrei compiuto 16 anni solo qualche mese dopo. Dopo lunghe discussioni in ospedale, uscii da lì assieme a mia figlia.

Nei mesi successivi fui aiutata da mia madre a crescere la bambina e anche lei fu coinvolta in questa guerra con le assistenti e la psicologa. Al consultorio dove portavo la bimba per le visite e il controllo sul peso insistevano nel dirmi che dovevo somministrare solo latte materno, che però io non avevo. Su consiglio di un pediatra consultato in privato, mia madre e mio marito decisero di prendere del latte artificiale che iniziai a dare alla bambina di nascosto. Lei così cominciò ad aumentare di peso, ma non era abbastanza per le assistenti. Ci sarebbero tante cose da raccontare. Ogni giorno per esempio in tre entravano in casa per controllare se era pulita, passavano le dita sui mobili, ed un giorno minacciarono di mandarmi i carabinieri a casa se non avessi portato la bambina alla visita di controllo nonostante la notte avesse nevicato molto rendendomi difficile raggiungere il consultorio.

Nel tempo abbiamo affrontato tanti viaggi da Aosta a Torino, al Tribunale dei minori, ed abbiamo sentito diversi giudici coinvolgendo anche mio padre e mia sorella che vivevano ancora in Toscana.

Dopo mesi di battaglie, quando mia figlia aveva 8 mesi, ricevetti una lettera in cui mi comunicarono che avevano tolto la patria potestà a mio marito: fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decidemmo di metterci in contatto con Maria De Filippi e Maurizio Costanzo che ci invitarono a Roma per approfondire la nostra situazione. Al rientro da Roma, venuti a conoscenza di tutte una serie di informazioni, ci recammo al Tribunale dei minori a Torino: scoprimmo relazioni false e mendaci redatte dagli assistenti e, considerata la sofferenza patita negli ultimi 18 mesi, alla fine ottenni l'autorizzazione a sposarmi.

Ancora oggi fa molto male rivivere quel periodo della mia vita. Anziché fornire assistenza, i servizi sociali rischiarono di distruggere la mia famiglia. Ancora oggi tante donne separate in difficoltà non chiedono aiuto temendo per i loro figli. Ci sarebbero molte cose da approfondire sul funzionamento di questo sistema».

Sono numerose le testimonianze simili a questa che stiamo ricevendo in redazione. Siamo disponibili ovviamente a pubblicare anche la voce di coloro che si comportano con estrema professionalità e che ci vogliano raccontare la difficile e utile professione dell'assistente sociale. Vogliano raccontare la difficile e utile professione dell'assistente sociale.

Marco Camilli

 

Valle d'Aosta, una madre single con due figli piccoli

e la proposta «immorale» dell'assistente sociale


Venerdì, 06 Settembre 2019

AOSTA. I servizi sociali sono una istituzione fondamentale per tutelare i più deboli e l'assistente sociale è una figura importante che svolge un ruolo delicatissimo, quando il sistema funziona. Purtroppo non è sempre così.

Quella che leggerete sotto queste righe è la testimonianza di una persona che, cercando aiuto, si è messa in contatto con i servizi sociali della Valle d'Aosta ricevendo in cambio una proposta ritenuta «indegna e immorale». Come nel caso del nostro primo articolo sui servizi sociali, per motivi di privacy non forniremo dettagli sulle generalità delle persone e dei minori coinvolti.

«Dieci anni fa ero una giovane mamma single con due bambini piccoli, uno di 2 e l'altro di 4 anni. Ero arrivata da poco in Valle d'Aosta e cercavo un lavoro, ma mi scontravo con la necessità nel conciliare i miei impegni di madre con quelli professionali».

«Provai ad iscrivere i bambini al nido senza riuscirci, forse perché non c'era più posto o perché non rispettavo i requisiti. A quel punto mi rivolsi ai servizi sociali attraverso una assistente sociale. Fissato un appuntamento, andai da lei insieme ai miei figli, nel suo ufficio. Mi ricevette con molta gentilezza e le raccontai la mia storia, le mie difficoltà nel combinare i diversi impegni. Lei prese appunti per tutta la durata del colloquio e alla fine mi rassicurò: avrebbe trovato una soluzione e mi avrebbe contattata per fissare un altro incontro».

«Passò circa una settimana e ricevetti la chiamata dell'assistente sociale che fissò un nuovo appuntamento per comunicarmi le novità. Speranzosa, il giorno dell'incontro mi recai nel suo ufficio pensando che avesse stato trovato un posto in un asilo per i miei bambini. Invece quello che mi propose mi sconvolse».

«Seduta di fronte a me, mi disse che aveva trovato per i miei bambini due posti in due case famiglia. Io in un primo momento pensai che si trattasse di strutture simile agli asili nido, invece no: l'assistente mi spiegò che si trattava di due famiglie senza figli che si sarebbero occupate di accudire i miei. Rimasi paralizzata per alcuni attimi. Lei continuò a parlare pensando di convincermi dicendo che sarebbe stata una buona scelta per i bambini, visto che io ero single. Mi disse anche che avrei potuto continuare a vederli. Appena mi ripresi dallo choc le urlai tutta la mia rabbia. Le dissi di non permettersi più di avvicinarsi ai miei figli. Andai via sbattendo la porta».

«Oggi io ho trovato un impiego professionalmente qualificato ed i miei figli sono cresciuti senza mai sapere il pericolo corso quando, dieci anni fa, chiesi aiuto alle istituzioni in un momento di difficoltà. Spero che ciò che ho vissuto non sia capitato ad altri. E spero che nessun'altra donna debba subire proposte cosi indegne e immorali».

Sono tantissime le testimonianze simili che stiamo ricevendo in redazione. Siamo disponibili ovviamente a pubblicare anche la voce di coloro che si comportano con estrema professionalità e che ci vogliano raccontare il difficile e utile professione dell'assistente sociale.

Marco Camilli

 

Valle d'Aosta, l'affido di un minore tra assistenti sociali e burocrazia


Venerdì, 30 Agosto 2019

AOSTA. Quello che vi proponiamo è il racconto di Antonio, nome di fantasia di un padre valdostano che può vedere il figlio di 7 anni un'ora a settimana e solo in presenza di un educatore. Antonio è un papà single che per alcuni anni ha cresciuto il bambino quasi da solo fino a quando gli assistenti sociali, da lui contattati per avere consigli, decidono che non è un buon padre.

La storia di Antonio è simile a quella vissuta da tanti altri papà in Valle d'Aosta e racconta di come basti la burocrazia, condita magari da pregiudizi di genere, per sconvolgere la vita di genitori e figli.

La storia di Antonio è inoltre il primo di una serie di articoli che Aostaoggi.it dedicherà al mondo degli assistenti sociali nella nostra regione.

Antonio, quanti anni aveva vostro figlio quando lei e la sua ex compagna vi siete separati?
«Aveva due anni».

Come vi siete accordati?
«Non avevamo preso accordo in realtà. Mio figlio abitava con me e lei viveva vicino a casa e vedeva il bambino tutti i giorni».

Non c'è stato bisogno quindi di andare da un giudice?
«No, non è servito».

Poi cosa è successo?
«Lei ha conosciuto il compagno attuale, una persona che non mi piaceva molto e su cui giravano voci in paese. A me non importava perché la vita è la sua, ma le ho chiesto di non coinvolgere il bambino nella loro relazione perché volevo che le cose con il compagno diventassero stabili prima di far entrare il bimbo nella loro vita».

Anche con l'arrivo di questo nuovo compagno il bambino viveva con te?
«Per quattro anni è sempre rimasto a casa mia, risiedeva con me sempre».

E dopo?
«Lei aveva trovato un nuovo impiego e si era trasferita ad Aosta ed ogni giorno, per tre o quattro mesi più o meno, veniva a casa mia a vedere il bambino per mezz'ora o un'ora alla fine del lavoro».

In quel periodo avete mai parlato del futuro del bambino?
«In quel periodo no. Io comunque volevo che finisse le scuole dove abitavo io perché già conosceva i compagni di classe».

A casa con lei c'era anche sua madre?
«Sì, mia madre, i miei parenti».

Quando la sua ex compagna ha cambiato idea sulla custodia del bambino?
«Quando abitava ad Aosta ha chiesto che il bambino prendesse la residenza da lei. Io invece volevo che finisse l'asilo e le scuole dove le aveva iniziate, per non portarlo lontano dai suoi amici. Così siamo arrivati a coinvolgere gli avvocati. Lei ha chiesto tramite il legale di far trasferire la residenza al bambino ed io sono andato ad informarmi dall'assistente sociale».

Gli assistenti sociali già erano a conoscenza della vostra situazione?
«No, loro non sapevano del nostro caso. Ho spiegato loro che il bambino stava da me, che la madre lo vedeva per un'ora o mezz'ora al giorno e che il bambino piangeva perché non voleva andare con lei».

Come sono intervenuti gli assistenti sociali?
«Hanno organizzato dei colloqui con lei e fatto intervenire uno psicologo. Hanno poi deciso che il bambino doveva integrarsi nella nuova famiglia, concedendo però che finisse almeno l'asilo prima del trasferimento. Il bambino però voleva stare con me. La madre dopo sei, nove mesi si era sposata e secondo me la relazione con il nuovo compagno non era ancora stabile e il bambino non doveva essere coinvolto».

Dal momento che la decisione non era condivisa dai genitori, il caso è arrivato nelle mani del giudice.

Cosa ha deciso il giudice?
«Il giudice ha stabilito che il bambino andasse dalla madre, facendogli comunque finire l'anno scolastico nella stessa scuola. Poi mio figlio si è trasferito dalla madre e dal marito. Nel giro di pochi anni hanno cambiato casa altre tre volte facendogli cambiare scuole durante l'anno scolastico».

Lei poteva vedere suo figlio?
«Dopo la prima udienza ad Aosta mi avevano dato due giorni infrasettimanali e nei week end. Poi io ho chiesto l'affido esclusivo ed è stato come darmi la zappa sui piedi. Mi fu negato perché nelle relazioni i servizi scrissero che io plagiavo mio figlio. Stilarono un calendario per le mie visite. C'era molto conflitto e io non accettavo che il bambino andasse a vivere in casa con la madre e il nuovo compagno dopo così pochi mesi di relazione».

Il bambino cosa diceva?
«Lui fin dall'inizio voleva sempre stare da me. Piangeva davanti all'educatrice e diceva che voleva stare a casa del papà, che non voleva andare dalla mamma. Dalle relazioni questo piangere veniva descritto come se il bambino recitasse una poesia».

Adesso qual è la vostra situazione?
«Sono quasi due anni che vedo il bambino un'ora a settimana alla presenza di un educatore. L'educatrice che c'era prima aveva dichiarato il falso ed inoltre conosceva i genitori della mia ex compagna. La mia ex inoltre è diventata inoltre molto amica con l'assistente sociale. Anche lei ha scritto nelle relazioni cose che non sono vere».

Perché visite di un'ora a settimana e perché in presenza di un educatore?
«Perché secondo loro io manipolavo il bambino. Come ho anche dichiarato, ero infastidito dal fatto che frequentasse il marito di sua madre, che ci giocasse, avevo paura che diventasse lui la figura paterna. La mia compagna, a quanto mi è stato detto, ha dichiarato che invece il bambino piangeva perché voleva giocare insieme al marito».

Cosa dice suo figlio?
«Lui continua a dirmi che vuole restare da me, che gli manca casa nostra».

E' più stato a casa sua?
«No, l'assistente sociale ha vietato anche di andare dalla nonna, mia madre, che lo sta incontrando un'ora ogni due settimane in presenza di un educatore. Anche lei ha dovuto rivolgersi ad un avvocato per poterlo vedere di più. La mia ex compagna non lo portava nemmeno più e i servizi non volevano che venisse perché c'ero io presente. Quando mio figlio veniva su io dovevo organizzandomi la giornata e fare 30 km da casa fino ad Aosta per non incontrarlo».

Chi ha fissato tutte queste regole?
L'assistente sociale.

Cosa si aspetta adesso?
«Il percorso è ancora lungo. Mi volevano anche togliere la patria potestà. Quando sono andato a Torino a parlare con il giudice mi avevano detto che solitamente dopo sei mesi o un anno le ore da trascorrere con mio figlio sarebbero aumentate e le visite protette sarebbero state tolte. Invece tutto è andato in mano ai servizi sociali e i mesi di visite protette sono a mano a mano aumentati con una scusa o con l'altra. Ora vorrebbero che mi riappacificassi con il marito e con i parenti».

C'è stato uno scontro verbale o fisico con il marito?
«Fisico no, verbale sì. C'è molto conflitto».

Con suo figlio, davanti all'educatore, hai mai parlato male del nuovo compagno?
«No».

Per vedere suo figlio per più tempo dovrebbe quindi riappacificarti?
«Ho chiesto cosa c'entrasse il mio rapporto con lui con il poter trascorrere delle ore in più con il bambino. Il bambino sta patendo, vorrebbe vedermi di più, non ho nemmeno la possibilità di programmare delle attività con lui per il suo benessere».

Le feste come le trascorrete?
«Il giorno del mio compleanno l'ho visto con una visita protetta in una struttura. Poi durante l'estate lo vedo all'esterno, sempre un'ora a settimana, a volte in un parco giochi sempre ad Aosta. Non posso telefonargli. Per il suo compleanno l'ho potuto vedere un'ora sempre in presenza dell'educatore, che è una brava persona. Non ho invece più fiducia nell'assistente e nella psicologa».

Il percorso formativo lo può seguire?
«Sì posso parlare con le maestre e informarmi sulla situazione a scuola, però non posso andarlo a prendere a scuola. L'ho fatto solo due volte in questi anni, una delle quali per vedere la recita di Natale ed ero insieme all'educatore».

Quante risorse economiche hai investito per difendere il rapporto con suo figlio?
«Tanto, avrò speso 7-8mila euro tra avvocati e procedimenti. Più le spese per andare avanti e indietro tutte le settimane per vedere mio figlio, comprare regali e vestiti. Nei quattro anni in cui l'ho cresciuto a casa ho sempre pagato io mentre la madre non ha dato niente».

E raggiungere un accordo con la tua ex compagna?
«Lei non ha mai voluto. Volendo si potrebbe trovare una intesa tra avvocati, scrivere al tribunale e far togliere gli assistenti».

Quindi ora un assistente sociale programma, regola e gestisce la vita sua e di suo figlio perché ritengono che lei manipoli il bambino, ma se trovaste un accordo tutto questo cesserebbe?
«Sì, con l'accordo sì».

E' quindi solo una questione burocratica?
«I servizi non vorrebbero perché c'è ancora troppa conflittualità, ma non stanno guardando più al benessere del bambino. Lui sta patendo tantissimo questa situazione».

Cosa vorrebbe dire all'assistente sociale?
«Quello che ho sempre detto: vorrei avere mio figlio a casa mia, come ha chiesto anche il bambino. Ancora oggi l'assistente mi dice che deve esserci collaborazione, ma ormai sono passati due anni e non so più cosa fare. Chiedono a me collaborazione, ma ogni volta trovano un problema diverso: prima la manipolazione, poi la riappacificazione con la mamma, poi quella con il marito. E se non ci riappacifichiamo la psicologa una volta ha detto che vorrebbero mettere il bambino in una comunità».

Il compleanno di suo figlio, che ha compiuto 7 anni, è stato pochi giorni fa. Cosa gli ha regalato?
«Due paia di pantaloni e una divisa da Carabiniere che a lui piace».

Vuole bene a suo figlio
«Sì».

Se le dicessero di stare buono e tranquillo o altrimenti il bambino andrebbe in comunità, lei cosa farebbe?
«Starei buono e tranquillo, come sto facendo ora.»

Marco Camilli

 

Commento avv. Gerardo Spira

Procedimento sbagliato. Tutto ruota intono ad un metodo finalizzato a fottere il padre. Dicono e inventano bugie e falsità per giustificare lo scopo. Abusi e soprusi commessi in forza di un potere ed una funzione alterati contro il padre, pur sapendo di penalizzare il minore. Qui non è ignoranza o negligenza. E’ dolo.

Il Giudice, con la sua autorità, ha coperto, con la toga, un fatto diretto contro gli interessi del minore. Il giudice è coinvolto. Se fossi la Procura arresterei tutti i rappresentanti dei pubblici poteri e aprirei l’inchiesta nelle comunità.

Non hanno cercato il benessere del bambino, ma l’interesse della madre. Il giornalista è entrato in un campo minato.

 
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Venerdì 13 Settembre 2019 15:26

Umbria 27.10.2019: Elezioni regionali


Non è più il tempo di stare a guardare

ora, nell’affido dei minori, occorre osare

 

La Regione, per una più aperta politica della Famiglia separata, non può ignorare che in Umbria oltre il 60% delle coppie con figli minori vive il dramma quotidiano della separazione. La conflittualità può essere contrastata e riportata nel canale del rapporto civile condiviso solo mediante una corretta e trasparente politica degli enti locali i quali devono voltare pagina e mettere al centro delle questioni “i minori”, che finiscono trascinati nell’alveo degli esposti ed abbandonati, dai risvolti più odiosi e vergognosi, trafugati in nome e per conto dello Stato di diritto. Lo Stato non c’entra! C’entra chi lo rappresenta. Deve essere rispettata la legge del condiviso nel principio costituzionale di cui agli artt. 3, 29, e 30. Va bandita da certa giurisprudenza la cultura di genere e vanno applicati i principi di uguaglianza, pari opportunità, trasparenza ed accessibilità, sempre.

L’associazione ritiene che la regolamentazione delle attività dei servizi sociali può costituire non solo un argine agli abusi e a comportamenti illeciti, assai diffusi nella nostra regione, ma l’occasione per prevedere la costituzione di commissioni di genitori separati e delle associazioni che da anni li rappresentano nel territorio umbro in tutte le fasi di discussione delle questioni, al fine di contribuire a migliorare situazioni e condizioni di vita e di relazioni tra la famiglia ed i figli. La problematica in Umbria è una emergenza allarmante che riguarda migliaia e migliaia di cittadini.

Indispensabili, per garantire ai minori il diritto alla bigenitorialità e ai genitori il diritto della co-genitorialità, sono la disciplina dell’attività dei servizi sociali con un Regolamento. Il Regolamento è uno strumento di garanzia pubblica che mette a riparo da sconfinamenti e da abusi soprattutto gli operatori, talvolta costretti a scrivere o riportare “sotto dettato” indirizzi e linee, che, come abbiamo letto per Bibbiano, portano dritto” all’inferno”. E ciò avviene con iniziative che impegnano strumenti ed organizzazione, pagate con pubblico danaro.

I dipendenti pubblici devono rispettare le leggi della pubblica amministrazione, in autonomia ed indipendenza, e garantire la completa trasparenza dei loro atti, accessibili ai genitori o loro delegati in qualsiasi momento, con modalità certe e certificate (video-registrazioni, test, presenza in modalità protetta dei genitori e/o loro rappresentanti e/o delegati con professionalità specifica nell’audizione dei propri figli, programma concordato con i genitore dove siano stabilite finalità, tempi e modalità) al fine di permettere un reale contraddittorio sulle relazioni che vanno a costituire poi il corpo sostanziale della decisione. Le fasi del processo, quando è richiesto, invadono il terreno amministrativo e qui i servizi hanno l’obbligo di rispettare due principi: il contraddittorio e il buon andamento del loro Ufficio (art. 97 della Cost.)

L’attività dei servizi sociali dovrà essere monitorata con rigore e regolarità da esperti esterni alla struttura di pertinenza, per valutare le specifiche competenze degli operatori. Altrettanta rigorosità deve essere pretesa dagli enti locali sull’operato, sulla professionalità, sui bilanci economici, dei vari centri antiviolenza, delle case famiglia, comunità e case protette, cooperative sociali e sugli affidi etero-familiari.

L’Istituto del gratuito patrocinio non deve essere più un istituto di privilegio di genere, ma di garanzia soprattutto del genitore escluso. Come il diritto per tutti, anche il danaro è di tutti. Chi ne ha diritto deve beneficiarne secondo legge e con le garanzie del controllo pubblico. Chi ne abusa deve subirne le conseguenze. Valgono qui le regole della vigilanza e del controllo, obbligatorie da parte di tutte le istituzioni coinvolte.

Esistono, di fatto, difficoltà economiche del genitore non collocatario (al 95% il padre) che non gli permettono di accedere al patrocinio a spese dello Stato (a causa della non detraibilità delle somme che versa all’altro genitore per i figli) e di conseguenza nemmeno può tutelare nei tribunali sé stesso e i propri figli.

La Regione, per ripristinare i diritti negati al minore e al genitore non collocatario, può predisporre un congruo fondo economico annuale per gestire un patrocinio a spese della Regione concesso con regole vincolanti diverse da quello attualmente in vigore per lo Stato, combattendo rigorosamente le dichiarazioni non veritiere e i redditi “negati” da lavoro non dichiarato.

Noi ci battiamo per la disciplina e la regolamentazione della vita pubblica e chiediamo il rispetto di due principi: la responsabilità e il controllo. Ciò valga anche per tribunali e corti di appello. Non per controllare la Giustizia, ma per garantire che le istituzioni degli enti territoriali osservino i principi di uguaglianza, di imparzialità e buon andamento. Il buco di cui all’art. 30 della Costituzione va riempito con la partecipazione del cittadino, dal momento che assistenza, mantenimento e contributi sono la fonte di valutazioni, riservata incondizionatamente a giudizi spropositati, generici e pilotati in una sola direzione.

Nel pubblico devono valere le regole agganciate alle disposizioni di riferimento, non il pensiero personale di un avvocato, di un assistente sociale o di un giudice.

Tutto ciò lo abbiamo chiesto, con apposita e approfondita indagine ai ministri della Giustizia e della P.A e lo chiediamo soprattutto alla Regione, ente vicino al cittadino. Chiediamo che gli Enti territoriali aprano armadi e porte per consentire al cittadino più effettiva partecipazione nella vita di servizi che lo riguardano e per garantire che le istituzioni degli enti territoriali osservino i principi di uguaglianza, di imparzialità e buon andamento.

 
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Venerdì 13 Settembre 2019 15:24

 

 

 

Il diritto di visita va preteso e garantito, sempre!


Con le ferie estive e durante le festività si acuisce la conflittualità tra i genitori per il mancato rispetto del diritto di visita del non collocatario da parte dell’altro che, approfittando della sua posizione, con sofisticata manipolazione riesce a suscitare nei figli minori il suo rifiuto. Altri genitori collocatari, invece, richiamandosi ai provvedimenti di affido, con pretestuosa insistenza chiedono che il genitore non collocatario venga obbligato a rispettare i turni di visita e permanenza dei figli presso di lui. Ad alcuni si vieta di fare i genitori, ad altri si vorrebbe imporre che una possibilità di visita si trasformi in un obbligo: due pesi, due misure e figli, comunque, oggetti ma non persone.

***

Nelle aule dei tribunali troppo spesso si dimentica che il diritto di visita ai figli da parte del genitore non collocatario – il padre, al 94% - così come previsto nelle ordinanze e sentenze, va sempre rispettato dal collocatario. Quando ciò non avviene, è dovere del giudice disporre i provvedimenti di competenza previsti dall’art. 709 ter c.p.c. nei confronti del genitore inadempiente con misure coercitive e sanzionatorie, considerata la grave inadempienza contro i propri figli, a cui è negata la bigenitorialità, e contro il genitore non collocatario, a cui viene negata la genitorialità “attiva”.

In sede civile

“Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in ordine all’esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità dell’affidamento – recita il codice di procedura civile - è competente il giudice del procedimento in corso. Per i procedimenti di cui all’articolo 710 è competente il tribunale del luogo di residenza del minore …

In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente: 1) ammonire il genitore inadempiente; 2) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore; 3) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro; 4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende”.

In sede penale

Su querela di parte si può pretendere la punizione del genitore inadempiente per mancata esecuzione di un provvedimento del giudice civile riguardante l’affidamento dei minori o di altre persone incapaci (art. 388, 2 c., c.p.), maltrattamenti contro familiari o conviventi (art. 572 c.p.), sottrazione di persone incapaci (art. 574 c.p.), circostanze aggravanti (art. 585 c.p.) ed, inoltre, per aver commesso il fatto con abuso di relazioni domestiche o di ospitalità (art. 61, c. 1, n. 11, c.p.).

La madre, soprattutto quando i figli sono piccoli, è la figura genitoriale predominante e condizionante, vuoi perché, spesso, a differenza del padre, non lavora sia perché costituisce per loro una naturale garanzia di certezza e serenità. Se poi la madre è anche iperprotettiva verso i propri figli, non riesce a trasmettere loro la positività della bigenitorialità, diritto inalienabile e fondamentale per una crescita psico-fisica equilibrata e articolata. E’ reale il rischio che la genitrice manipoli i loro sentimenti e i loro approcci alla vita per averne la esclusività a scapito del padre, lentamente emarginato dalla propria prole. Un passaggio sottile, talvolta programmato, che condanna i minori a stringersi sempre più alla madre e ai suoi familiari, ritenendoli l’unica sorgente di certezze esistenziali.

C’è poi il collocatario che pretende il rispetto alla lettera del provvedimento del tribunale in merito a tempi ed orari del diritto di visita dell’altro genitore. Il solerte genitore dimentica, però, che il legislatore ha previsto il diritto di visita per il non collocatario come possibilità e non come obbligo e, dato che l’assegno di mantenimento è calcolato dal giudice in base alle risorse economiche di ciascun genitore, all’utilizzo della casa familiare e al tempo che trascorre con la prole (art. 337 ter c.c.), il genitore presso cui i figli sono collocati in modo prevalente ne riceve un danno dal mancato rispetto delle disposizioni di affido. Da ciò deriva il suo diritto a chiedere la revisione della collocazione dei figli e il ricalcolo del loro mantenimento da parte del genitore non collocatario.

Chi ostacola il diritto di visita commette un “reato”, chi non lo esercita con puntualità, se non impedito da giustificati motivi, dimostra scarse capacità e sensibilità genitoriali, ma non è punibile, anche se non può sottrarsi a maggiori oneri economici per compensare il mancato rispetto dei figli e del loro diritto alla bigenitorialità.

La mancata applicazione della legge nei tribunali, in nome di uno psicologismo di circostanza, favorisce solo la conflittualità genitoriale, alimentata dalla frequente devastante intromissione dei servizi sociali, e sicuramente danneggia i minori, vere vittime di questo modo di operare. La soluzione a questa assurda situazione deve essere ricercata nella corretta applicazione del diritto e nel rispetto di ruoli e responsabilità.

Al genitore spetta il compito di pretendere, con forza e senza sconti, il rispetto dei diritti propri e dei propri figli, contestando, se necessario, anche l’eventuale tatticismo del proprio difensore che, non bisogna dimenticare, lo difende dietro compenso, ma non lo sostituisce nella genitorialità, oltre, eventualmente, a quello dei servizi psico – sociali e dei magistrati.  I genitori, a differenza delle istituzioni pubbliche, sono gli unici titolari della genitorialità, salvo documentata prova contraria.

*****


Cassazione Civile, VI, ord. n. 19696/2019, dep. il 22.7.2019


Non più mantenimento ai figli maggiorenni

se in possesso di proprie capacità lavorative


Il perenne dilemma del “mantenimento sì, mantenimento no” ai figli maggiorenni economicamente non autosufficienti, con la buona volontà applicativa dei giudici ordinari, potrebbe aver termine alla luce dell’ordinanza della VI sez. della Cassazione che capovolge la consuetudine giurisprudenziale spesso ostile nei confronti del genitore obbligato che doveva dimostrare che il figlio era economicamente autosufficiente. Ora, sostiene la Suprema Corte, è l’avente diritto (il figlio maggiorenne) che deve dimostrare il mancato raggiungimento dell’autosufficiente economica per fattori estranei alla sua responsabilità nonostante la propria capacità lavorativa. La capacità lavorativa del figlio maggiorenne è ricavabile anche in via presuntiva dalla formazione acquisita e dalla esistenza di un mercato del lavoro in cui essa sia spendibile.

Vanno valutati, sostengono gli Ermellini, “una serie di fattori quali la distanza temporale dal completamento della formazione, l'età raggiunta, ovvero gli altri fattori e circostanze che incidano comunque sul tenore di vita del figlio maggiorenne e che di fatto lo rendano non più dipendente dal contributo proveniente dai genitori. Inoltre l'ingresso effettivo nel mondo del lavoro con la percezione di una retribuzione sia pure modesta ma che prelude a una successiva spendita dalla capacità lavorativa a rendimenti crescenti segna la fine dell'obbligo di contribuzione da parte del genitore e la successiva eventuale perdita dell'occupazione o il negativo andamento della stessa non comporta la reviviscenza dell'obbligo del genitore al mantenimento. (cfr. Cass. civ. VI-1 N. 6509 del 14 marzo 2017 secondo cui il diritto del coniuge separato di ottenere un assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando quest'ultimo abbia iniziato ad espletare una attività lavorativa)".

Indubbiamente occorre fare chiarezza sul mantenimento dei figli maggiorenni che reclamano il sostentamento dei genitori – corretto sarebbe dire del genitore obbligato poiché è il solo a pagare – determinando il quantum che fa scattare tale obbligo per evitare una discrezionalità da parte del tribunale che potrebbe rivelarsi, poi, una discriminazione del genitore obbligato. L’affermazione “economicamente non autosufficiente”, se non si determina cosa si debba intendere per autosufficienza, lascia in piedi il diritto del maggiorenne a reclamare il mantenimento anche quando percepisce il reddito di cittadinanza e/o quando ha un lavoro saltuario e con remunerazione minima.

L’obbligato deve ricorrere al tribunale per la revisione delle condizioni di separazione/divorzio/affido e cancellare l’obbligo al mantenimento del figlio maggiorenne che ha in sé le possibilità dell’autosufficienza economica.

* f Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. – tel. 347.1155230

 
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Martedì 20 Agosto 2019 15:41

Riflessione su un’altra sentenza del tribunale di Aosta


Il divorzio è un affare di genere,

paga sempre il padre!


Avv. Gerardo Spira*

Un’altra sentenza del Tribunale di Aosta ha stimolato le nostre riflessioni sulla giustizia di “confine”.

Armati della solita serenità mentale e con l’ausilio del puntiglioso bagaglio culturale, rafforzato dallo spirito di sfogliare le migliori pagine del diritto, leggiamo e commentiamo un’altra decisione emessa dal Tribunale di Aosta che certamente, animerà la critica giuridica e segnerà effetti nella vita di persone che, in ogni caso sono state attori e vittime della vicenda. Quando la Giurisprudenza cambia orientamento, vuol dire che il giudice ha intensamente impegnato la sua professionalità, nella ricerca quotidiana di interpretare i diversi aspetti evolutivi della società. Oppure è l’avvocatura di frontiera che, da posizione fortemente autonoma, coglie le nuove spinte dei rapporti umani e li sottopone al vaglio rigoroso di un tribunale attento e pronto a recepire le novità.

Siamo d’accordo che i genitori sono autorità e punti di riferimento, ma non di impressione o pressione. Se la base di formazione è di assoluto rispetto, nessuno figlio si oppone al genitore. Egli discute, si esprime, ma non lo rinnega mai. Quando un figlio si pone in contrapposizione, l’equilibrio familiare si interrompe e salta tutto il sistema di rapporti e relazioni. Ciò generalmente accade quando il punto di riferimento non esiste e uno soltanto dei genitori esercita il controllo sui figli. Da qui nasce il disagio e si sviluppano i cosiddetti “atteggiamenti iperprotettivi materni (sic). Sono atteggiamenti studiati o istinti di natura non controllabili?”.

In questo momento la giustizia deve puntare il faro, vigilare ed osservare. In questa fase le istituzioni devono attivare le armi dei controlli. La ragione non sta mai da una parte, si dice.

E’ vero. Ma il genitore non deve essere mai rifiutato, specialmente se per futili motivi di vita conflittuale. Il genitore (padre e madre) è un valore che supera ogni ragione critica personale. Il discorso si può ampliare in tante direzioni, ma il genitore resta sempre tale e la Giustizia deve disporre che i servizi sociali e chi li sostituisce adottino metodologie capaci di assicurare un risultato condiviso. L’uomo e la donna hanno uguali opportunità, sono parimenti riconosciuti nei principi costituzionali e sono uguali davanti alla legge.

Dunque condizioni e situazioni vanno esaminate con questa visione nelle separazioni e nei divorzi. Entrambi i genitori, detta la legge, devono adempiere ai predetti doveri, responsabilmente insieme. Il legislatore usa il termine “entrambi”. Non esiste un genitore di serie A e di serie B, oppure uno migliore dell’altro. Entrambi hanno funzioni e ruoli che tendono allo stesso fine, quello di crescere e far maturare la famiglia secondo, si dice, la regola del buon padre. Le istituzioni, in questa materia, con le decisioni più disparate invece di risolvere hanno aggravato il problema. Le condizioni critiche esistono, ma vanno esaminate e considerate, senza pregiudizi e trattamento di favore.

I figli maggiorenni, usciti fuori dalla responsabilità genitoriale, vanno considerati “uomini o donne” e non ragazzi. E, come tali, trattati negli impegni. Se un figlio non ha fatto niente, o non ha assunto capacità di scelta, la società deve porsi seriamente il problema e ricercarne la ragione. Qualcuno ha sbagliato e la causa va ricercata non nella parte che è stata tenuta lontana, bensì nell’ambito in cui i membri vivono gioie e dolori della vita quotidiana. Il collocamento presso uno dei genitori, comporta anche questa responsabilità, che va addebitata, innanzitutto, come tutti gli oneri, sul genitore che ne ha preteso ed ottenuto quella destinazione. Si sa che la frequenza fa la pratica e questa produce buoni frutti se correttamente idonea. La Giustizia ha un grande ruolo propositivo nella funzione, per il rispetto delle regole e della legalità, per il rispetto del ruolo dei genitori, e quello della famiglia e di tutti i membri. La famosa regola della diligenza del buon padre di famiglia vale per tutti e va sempre tenuta presente

I figli della coppia, che stiamo esaminando, alla data della sentenza (luglio 2019) hanno la seguente età: la figlia anni 17, il figlio anni 24.

Veniamo al caso (Tribunale ordinario di Aosta - Sentenza n. 248/2019 pubbl. il 25/07/2019).

Nel 2016 la sig.ra (x) ricorre al Tribunale per la separazione, che viene definita consensualmente alle condizioni, concordate e accettate da entrambe le parti. I figli vengono collocati presso la madre.

Il sig. (y) con l’entrata in vigore della nuova legge, decide di chiedere il divorzio, nel 2017 (epoca in cui la figlia aveva 15 anni e il figlio 22), sulla scorta di una serie di domande, che lasciano comprendere lo stato della questione.

La sig.ra x contesta, rifiuta l’istruttoria su alcuni punti, aderisce su altri, e accetta l’ammissione al divorzio ma a condizione.

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Lunedì 12 Agosto 2019 07:16

Cavriago (RE), 8 agosto, incontro con il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.

Il contributo della nostra associazione tramite il presidente Ubaldo Valentini


Tribunali e Servizi sociali tutelano i minori?

Pretendiamo chiarezza sugli affidi nelle separazioni.


La nostra “Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori, aps” è sorta nel 1998 e da ventidue anni opera a livello nazionale con la specifica finalità della tutela dei minori nelle separazioni per garantire loro la bigenitorialità e ai due genitori il rispetto della co-genitorialità.

Hanno fatto clamore i fatti di Bibbiano, ma questa triste realtà è sempre esistita. Per troppo tempo, nonostante le denunce dei genitori e dei familiari, non si è voluto approfondire il problema della sottrazione dei minori; non si è voluto verificare quanto accadeva (compresi i costi) nelle strutture in cui i minori, per disposizione volontaria di spregiudicate istituzioni, venivano collocati.

Gli abusi riguardano circa un milione di figli minorenni che finiscono nel giro intoccabile e concordato sistema delle pubbliche istituzioni, le quali abusano della loro dignità esistenziale in nome del “superiore interesse”. Parliamo di tribunali per minori e tribunali ordinari che con spregiudicati servizi socio-sanitari, segnano il destino di tantissimi figli, sin dalla tenera età, privandoli dei genitori e della famiglia.

Un mondo rimasto chiuso ed intoccabile tra tribunali, servizi sociali, Ctu, giudici onorari dei tribunali e delle Corti d’appello sez. minorile, psicologi, avvocati, educatori, forze dell’ordine, associazioni di genere e variegate lobby affaristiche. Il patto tra “questi” (sempre le stesse persone) tipico delle società che operano fuori dallo Stato legale, sfalda il primo fondamento della società: la famiglia intesa nella sua naturale esistenza ed estensione di soggetti che vivono nell’equilibrio di legami e di relazioni.

Una sottile politica di genere, manifestata ed espressa attraverso il filo conduttore di una giurisprudenza “sfaticata”, di prassi ricorrente e di cultura molto discrezionale, ha portato a sfaldare il concetto di genitore, ad emarginarne uno, a mettere in discussione il principio delle pari opportunità, come previsto dalla L. 54/2006 e a minare l’affido paritario.

Il disastro istituzionale ha provocato il rigurgito, come spesso accade, di tutte quelle forze oscure, massoniche e non, che tentano di approfittare del momento per trascinare la politica nella querelle per scopi marcati contro la famiglia ed i propri figli. La legge 54/2006 è rimasta la cenerentola sulla carta. Basta dare alla stessa credibilità e bloccare la deviazione abusiva degli affidamenti extra famiglia. L’affidamento in case e luoghi protetti per la legge è “una eccezione”. Per le istituzioni ed i tribunali, è diventata una regola. Si svuotano le famiglie per riempire case e luoghi in cui si consumano i più atroci delitti, contro la volontà dei genitori, senza controlli e con la corresponsabilità di “persone togate” e servizi soggiogati.

Il padre è il genitore più colpito (94%). I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Per le strampalate decisioni dei tribunali ,le famiglie sono in eterno conflitto, padri finiscono in miseria e vengono giustificate, con clamorose sentenze, situazioni contrarie al normale modus di vita di una famiglia. Queste decisioni non fanno stato, ma fanno esempio e invogliano a percorrere strade contrarie alle convenienze sociali.

La privacy è divenuto un istituto di luogo comune nelle risposte per vietare l’accesso agli atti, la partecipazione del genitore nel procedimento presso i servizi sociali. La trasparenza è un termine scritto nella legge che non ha alcun valore. Il sistema istituzionale ha permesso di mettersi d’accordo per sottrarre i figli ai genitori e alla famiglia, con motivazioni senza alcuna logica giuridica.

Il codice penale è divenuto “una barzelletta”. Annullata la presenza istituzionale dei servizi sociali nella fase amministrativa, al Tribunale è spianata la strada per confermare una decisone concordata prima e confermata dopo.

La nostra associazione, in varie parti d’Italia, ha posto un problema di grande importanza. Le situazioni delle separazioni vanno regolamentate sia nella fase amministrativa che in quella giudiziaria. Quella giudiziaria va disciplinata con un percorso snello, chiaro e prescrittivo. Vanno assolutamente messe al bando prassi e discrezionalità. La fase amministrativa va regolamentata, come vuole la legge.

Noi ci siamo fatti promotori di un Regolamento per disciplinare l’attività dei servizi sociali degli Enti che riguarda la famiglia separata e i loro figli nel rispetto della legge 241/90, la quale ha sottratto alla P.A la possibilità di ragionare con criteri discrezionali e per sentito dire. La vita e le azioni degli Enti territoriali devono avvenire secondo corretti procedimenti, consentendo al cittadino di partecipare e di avere accesso ai documenti che lo riguardano.
Consapevoli di ciò che accade in questo mondo, abbiamo sempre segnalato alle Autorità competenti fatti ed abusi. Dopo i clamorosi fatti di Bibbiano abbiamo prodotto un esposto, ai Tribunali ordinari e per minori, alle Procure della Repubblica c/o i Tribunali e presso la Corte dei Conti perché venga avviata una approfondita indagine per verificare se gli affidamenti disposti in comunità protette, nelle case famiglie e nelle singole famiglie o nelle strutture extra-regionali sono stati effettuati in regime di legittimità procedimentali; se durante il periodo di collocamento dei minori sono stati individuati, incaricati e disposti i controlli; se di ciò sono stati redatti regolari verbali e conservati agli atti; se sono state verificate le congruità delle rette pagate dall’ente pubblico a tali strutture e se le stesse rendono pubblici i loro bilanci, gli operatori che seguono i minori, le loro professionalità e i programmi da loro messi in atto a tutela di questi minori sottratti alle famiglie di origine, temporaneamente o definitivamente, come nelle adozioni; se tali provvedimenti di collocazione extra-familiare dei minori siano stati realmente indispensabili e se sono state esperite – con la dovuta certificazione – altre vie per sostenere i genitori nello loro genitorialità ed evitare, nella stragrande maggioranza di casi, il drammatico distacco da entrambi i genitori o solo da uno; se sono state verificate le vere finalità di queste comunità e se sono state verificate a chi realmente tali strutture sono riconducibili; se, infine, ad oggi sono state rilevate criticità e come queste sono state risolte.

E’ indispensabile ed urgente cercare le responsabilità a qualsiasi livello, come ha scritto il P.M che svolge le indagini su Bibbiano, perché i fattacci di cui parliamo avvengono per assenza di vigilanza e di controllo di chi doveva ed ha mancato di svolgere la propria funzione

La Nostra proposta parte dalla legge ed in forza di questa sono state attivate mozioni sia in Valle D’Aosta che nella Regione Umbria, accolte al momento con l’approvazione di linee guida, tutt’ora in corso.

Riteniamo che la materia, per la sua importanza, debba trovare apposita disciplina dal Governo centrale con una disposizione unica, valida su tutto il territorio nazionale per evitare clientelismi e strumentalizzazioni politiche. La famiglia e i minori sono gli stessi sia in Sicilia che in Lombardia, perché i loro valori sono stati ricompresi nella Costituzione per essere affermati in modo identico sia a Palermo che a Milano.

La famiglia è l’unica titolata all’affidamento, in tutta la sua estensione. L’affidamento extra, deve restare un istituto residuale ed eccezionale, come detta la legge, con tutte le garanzie dei controlli e della vigilanza.

Gli artt. 3, 29, 30 e 97 della Costituzione restano il baluardo insormontabile, non possibile di interpretazioni contrarie a principi che hanno fatto e fanno parte della cultura civile del nostro Paese.

Fuori dalle istituzioni, mafie, corruzioni, illegalità e abusi.

 
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