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Il “messaggio” di un padre suicidatosi per la negazione dei diritti genitoriali


“L’ingiustizia di una giustizia”


Il 9 aprile di venticinque anni fa il maestro e psicologo Antonio Sonatore moriva dopo essersi dato fuoco, il giorno di Pasqua, davanti al Palazzo di Giustizia di Aosta. E’ stato il primo padre italiano, estromesso dalla vita della propria figlia, a suicidarsi per rivendicare l’inalienabile diritto di ogni genitore all’affidamento dei figli e l’inalienabile diritto dei figli a frequentare in modo paritario ambedue i genitori. Nel corso degli anni, Antonio Sonatore è divenuto, a livello nazionale e mondiale, il simbolo dei padri che lottano per essere rispettati nei tribunali quando si decide l’affido dei propri figli e che combattono contro “l’ingiustizia di una giustizia”.

Nel cartello che portava al collo c’era scritto: “L'ingiustizia di una giustizia che costringeva un padre a vivere separato dalla figlia”, con il quale denunciava pubblicamente l’operato del Tribunale di Aosta e di quello dei minori di Torino che, a causa delle sue proteste, gli aveva vietato di poter frequentare la figlia, la quale, da parte sua, non voleva vederlo, a causa delle sue proteste pubbliche. La Pas esisteva anche allora e la madre, “notabile” del potere locale, sicuramente aveva un peso psicologico sulla figlia.

Antonio Sonatore è “volutamente” ignorato dai valdostani che sembrano vergognarsi del suo gesto di protesta. I politici non fanno nulla per rimuovere le ben note cause che, di fatto, contribuiscono in modo rilevante alla diffusa discriminazione istituzionale dei padri estromessi dalla vita dei figli e il cui ruolo è solo quello soccombente ad una giustizia che privilegia sempre la madre, anche quando i fatti confermano ben altro. I politici, come gran parte della “scrupolosa” informazione locale, si preoccupano non di rimuovere le ingiustizie, in parte dovute alla cattiva gestione dei finanziamenti verso i figli dei separati e verso le famiglie del genitore collocatario, ma di coprire il drammatico fenomeno dei padri suicidi che, ogni anno, in vallata, compiono il gesto estremo, poiché non accettano la loro estromissione affettiva ed educativa dai figli e nemmeno la persecuzione economica nei loro confronti.

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