Iniziative dell'Associazione

AOSTA

Giovedì 25 giugno - ore 21

CSV - Via Xavier de Maistre, n. 19

PUBBLICO  INCONTRO

su

Il divorzio breve e le mancate pari opportunità genitoriali

L’incontro-dibattito, a cui parteciperanno un legale, il presidente e la vicepresidente dell’associazione, è aperto a tutti.

Coloro che volessero informazioni su separazioni e divorzi, sui diritti dei minori e del genitore non collocatario e sul funzionamento delle istituzioni valdostane nella tutela dei figli di genitori non più conviventi possono contattare lo staff dell’associazione presente ad Aosta da mercoledì 24 (ore 18) a domenica sera 28.giugno.

Prenotarsi al 347.6504095, genitoriseparati@libero.it

5 per mille
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Attualità
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Papà, posso dormire con te?


di Vito Carenza *

 

Ci sono uomini che acquistano pagine sui giornali su cui disegnare cuori per confermare un amore o riconquistarlo. Ci sono padri che utilizzano la stessa carta per disegnare il distacco, lungo anche un solo istante, che frattura lo spazio e il tempo col proprio figlio. La separazione tra due genitori è quasi sempre l’equazione di quella di un genitore, spesso il papà, dal figlio, un’azione mai equa, perché non c’è in natura un limite spazio temporale entro cui i due devono smettere di agire insieme.

Porre un confine al rapporto più epidermico, carnale, sanguigno, il più ricco di complicità, di amicizia, di visioni, di progetti, di crescita, è di per sé un freno violento. Accettabile solo razionalmente, e ciò vale tanto per le mamme quanto per i papà, la ragione stessa ha un rifiuto quando il pregiudizio storico violenta con superficialità la paternità. Una condizione male riconosciuta anche all’interno di una famiglia convenzionale, perché al papà che si occupa del proprio figlio è assegnato ancor oggi un’identità ibrida col nome di “mammo”. Il papà della prima colazione, quello che annusa il pannolino sporco, il papà materasso, è un uomo, un maschio, è uno dei due genitori. Ogni fase genitoriale che a questi, così come alla mamma, viene sottratta è violenza, perché è lo strappo dai piaceri doveri più spontanei.

Con la carta si prova così a tracciare le linee non tanto del talento di ciascun individuo, bensì delle diverse forme di strappo. Assenze improvvise a cui non ci si abitua, mutilazioni interiori che disegnano un nuovo volto che si alterna con l’originario, quest’ultimo quando padre e figlio riprendono il cammino interrotto. Lo squarcio dell’anima di chi sente la responsabilità parziale di non esser riuscito a dare al figlio ciò che questi vorrebbe. Avvicinarlo così in uno stretto abbraccio, e guancia su guancia provare ad assorbire l’odore di ogni parola, di una risata, di un capriccio. Sentire la stretta della sua mano attorno ad uno o più dita, una pressione tale che come una pompa riempie gli occhi di lacrime. La fatica delle bugie o delle mezze verità che due genitori separati devono saper dire, il tenere a bada la propria verità che vive chiusa in cella e periodicamente e circostanziatamene scuote le sbarre.

Se si crede che i figli non nascono per opera dello Spirito Santo, che il sentire maschile non si può etichettare come meno capace rispetto a quello femminile, se si pensa siano fondamentali per un bambino i diversi approcci alla vita, quello dell’uomo e quello della donna, è giusto allora che si lavori per il raggiungimento della più assoluta condivisione dell’affido dei figli di coniugi separati, quando capaci e meritevoli entrambi di crescerli.

Si viola l’intimità del rapporto genitore figlio quando questa si pubblicizza in un’aula di tribunale, è un’ulteriore ferita da sopportare quando il nome del proprio figlio è scritto su un atto di tribunale e pronunciato negli stessi ambienti. Se vero che ogni figlio è il più bello agli occhi del proprio genitore, in tale circostanza quel giustificato e generoso ego di bellezza, di orgoglio, quell’amore supremo viene frustato quando il luogo d’incontro dei nomi dei bambini si trasferisce dall’aula dell’asilo a quella del tribunale, omologando quella bellezza individuale E’ il tradimento nei confronti del bambino.

Scorre il filo delle sensazioni lungo tanto quanto è profondo il mare sensibile del papà, nel quale egli stesso vive forte della riserva d’aria accumulata nell’omonima ora. Perché ci si sente in una inaccettabile prigione, dove il giusto tempo da condividere è scandito dalle ore e dai giorni determinati, dal Natale non più rosso di sera, Babbo Natale ha la slitta rotta, arriva adesso a mezzogiorno del 26 dicembre, come l’esplosione del nuovo anno la si vive insieme agli abitanti dell’emisfero occidentale.

Questo è il mare conosciuto in cui galleggiamo, i più sprovveduti dicono di saperci nuotare e si spogliano come istruttori, incapaci di tuffarsi in quello di un bambino, tanto timorosi da non vederlo nel mappamondo.

* padre separato che ha lottato per suo figlio e per il rispetto della sua paternità

 
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Assegno Divorzile


Basta un tardivo colpo di spugna

sulle superficialità del passato?


avv. Francesco Valentini*

La legge n. 898 del 1970, all’art. 5 c. 6, recita che: “con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Stabilisce che, in presenza di richiesta di assegno divorzile, il tribunale, tenuto conto dei vari fattori elencati dal legislatore, deve valutare la mancanza di “mezzi adeguati” dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, della sua impossibilità a “procurarseli per ragioni oggettive”.

La individuazione del parametro di riferimento per la determinazione dei “mezzi adeguati” e “le ragioni oggettive” ha dato adito a controversie dottrinali e giurisprudenziali tanto che la Cassazione, a sezioni unite, con le sentenze nn. 11490 e 11492 del 29 novembre 1990 ha sbrigativamente risolto il problema affermando che il parametro doveva essere individuato: “nel tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio”.

I tribunali si adeguarono a questo parametro senza tener conto che durante il matrimonio i due coniugi vivevano in una stessa famiglia e che, con la separazione-divorzio, i nuclei familiari da gestire erano divenuti due e che, pertanto, era impossibile garantire “il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio”.

Il tenore di vita invece di garantire equità tra i due coniugi ha finito per penalizzare quasi sempre l’uomo, soprattutto quando con il suo reddito medio-basso doveva mantenere i figli, la ex-moglie, pagare il mutuo sulla casa dove abitavano i figli con la madre (spesso con indebita presenza dell’amante e/o convivente) e sostenere anche il canone di affitto per una abitazione per sé e per i figli quando erano con lui.

Non va dimenticato, inoltre, che spesso il coniuge richiedente l’assegno divorzile, la moglie, risulta disoccupata mentre in realtà lavora a nero e/o se in costanza di matrimonio si è sistematicamente rifiutata di lavorare e contribuire al mantenimento della famiglia.

Circostanze queste non sempre dovutamente considerate ed indagate per valutare se, in base alla L. 898/70, ne esistevano i presupposti e, se dovuto, per quantificare l’assegno stesso.

Con la sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017, sez. I civ., la Suprema di Cassazione ha fatto chiarezza su questo delicato aspetto del divorzio ed ha sgomberato il terreno da presupposti indebiti e non previsti dal codice civile.

 

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