Attualità
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Verso il 7 aprile 2026

 

Ciao Tony, il tuo dolore è anche nostro


Sono trascorsi 30 anni dal suicidio di Antonio Sonatore, Tony come veniva chiamato nel mondo del lavoro e dagli amici, e tutt’ora in Aosta è vivo il ricordo del suo gesto estremo e della sua disperazione per unna “giustizia ingiusta”, come la chiamava nei suoi cartelloni di protesta, che non gli permetteva di vedere la figlia, nemmeno nel giorno di Pasqua. La stampa, in genere ed eccezione fatta per le testate minori, non aveva dato particolare attenzione al dramma che viveva questo noto maestro e psicologo che da tempo protestava, con cartelli sandwich, nelle piazze e vie cittadine e soprattutto davanti al Tribunale contro i provvedimenti giudiziari che non gli permettevano di vedere e frequentare la figlia.

Nella settimana in cui ricorre il 30° anniversario del suicidio di questo padre, organizzeremo in Aosta una giornata-studio con la partecipazione di magistrati, psicologi, pedagogisti, sociologi e legali impegnati, a livello nazionale, sul diritto minorile e di famiglia. Saranno invitate alle iniziative programmate le maggiori associazioni italiane impegnate da decenni nella tutela dei minori e del genitore più debole e saranno organizzate manifestazioni specifiche per riflettere su quanto ancora resta da fare per una vera tutela dei minori e dei padri che non possono esercitare i propri diritti genitoriali perché estromessi dalla vita dei figli.

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Unanime condanna dei maltrattamenti in famiglia

Occorre, però, una profonda riflessione sulle cause


Avv. Francesco Valentini*

La controversa sentenza del tribunale di Torino

Il Tribunale di Torino (sez. III pen., sent. n. 2356 del 24 luglio 2025) ha assolto un imputato dalla accusa di maltrattamenti in famiglia, condannandolo solo per il reato di lesioni. La decisione ha sollevato unanime condanna per l’assoluzione dell’uomo denunciato, ritenendo i maltrattamenti in famiglia, in presenza di conflittualità tra conviventi in fase di cessazione della convivenza e affido dei figli, come una ordinaria follia tra coniugi, come le cronache giudiziarie quotidianamente riportano. I giudici hanno ritenuto che le frasi ingiuriose, che erano state pronunciate dal marito nei confronti della moglie, che erano alla base dei maltrattamenti, erano state pronunciate «nel loro specifico contesto dall’amarezza per la dissoluzione della comunità domestica, che sarebbe umanamente comprensibile». Anche il pugno inferto dal denunciato nei confronti della ex-moglie va interpretato “nel contesto e ricondotto alla logica delle relazioni umane», cioè in rapporto all’atteggiamento della donna che aveva introdotto in casa un nuovo compagno, incurante della convivenza con i figli, di cui «l’imputato si sentiva vittima di un torto, sentimento molto umano e comprensibile per chiunque».

La sentenza del Tribunale di Torino ha sollevato una indignazione da parte di chi evidenziava, invece, che l’uomo aveva sferrato un pugno alla ex-moglie e, per questo gesto, doveva essere condannato, indipendentemente dal contesto provocatorio messo in atto dalla denunciante con i suoi comportamenti.

La sentenza, di fatto, pone in primo piano sia l’abitualità delle denunce dei maltrattamenti in famiglia, a causa anche dei comportamenti della ex-moglie/compagna, sia la necessità di analizzare anche le ragioni che sono alla base di queste aggressioni familiari. Severità per la violenza (l’uomo è stato condannato a pagare per il danno fisico procurato alla ex), ma anche necessità di inquadrare il presunto reato nello specifico contesto familiare, poiché il rapporto causa– effetto non può essere sottovalutato per presupposti ideologici, cioè di genere.

La necessità di una profonda riflessione sulle cause dei maltrattamenti in famiglia

Stracciarsi le vesti sui maltrattamenti in famiglia non serve a nessuno, se non si cerca di ricreare la cultura del rispetto dei sentimenti e della convivenza di coppia (famiglia). Occorre, di fatto, analizzare profondamente le cause che inducono ai maltrattamenti in famiglia, in pericoloso incremento, per rimuoverle prima che il maltrattamento avvenga. Un dato, di fatto, è certo: l’aggressività all’interno delle mura domestiche, anche in presenza dei figli, va affrontata, non con inutili piagnistei di circostanza, quando il fatto è accaduto, ma ricreando un rispetto della persona, al di là dei risvolti economici che spesso sono alla base delle aggressioni. Occorre rimuovere le cause del disagio esistenziale, che porta a questi comportamenti in famiglia, coinvolgendo quasi sempre anche i minori, riflettendo sul fatto che i sentimenti non possono essere uno strumento per far guerra al partner, riducendolo in miseria e rinnegando frettolosamente un progetto di vita quasi sempre costruito assieme, all’inizio della relazione e, sovente, rinnegato con estrema facilità, anche all’insaputa del partner, messo dinnanzi ai fatti compiuti, quando le situazioni affettive avevano preso un’altra piega. Occorre pure che il dialogo tra i due genitori conviventi venga sempre mantenuto per chiarire dubbi affettivi e difficoltà, rinunciando alla facile pretesa del fatto che le responsabilità siano sempre del partner e/o del genitore di sesso maschile.

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