Attualità
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La verifica sui redditi dei genitori

per un affido equo e meno conflittuale


Le imposizioni economiche del tribunale, quando inique e non rispettose dei redditi effettivamente percepiti siano essi dichiarati e accuratamente nascosti dal singolo genitore, per intero o solo in parte, costituiscono una delle preminenti cause del conflitto tra i genitori quando non convivono più assieme le cui conseguenze ricadono, inevitabilmente, sui minori. Durante la convivenza non ci sono quasi mai segreti tra i due genitori e, quando entrano in conflitto per le modalità di affido dei figli, il genitore che denuncia la non veridicità dei redditi dichiarati da controparte lo fa perché conosce, anche se solo sommariamente, le entrate della ex o dell’ex e il giudice delegato, una volta venuto a conoscenza delle informazioni dell’altro genitore, non può ignorare l’obbligo di disporre i dovuti accertamenti da parte della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate e, in molti casi, anche della Corte dei Conti poiché il denunciante si scontra sempre con la privacy e le sue indagini non possono essere mai approfondite.

Le false dichiarazioni dei redditi danneggiano in modo irrimediabile il genitore obbligato a pagare l’assegno di mantenimento (e il rimborso della propria quota delle spese straordinarie) in base al principio della proporzionalità dei redditi dei genitori, di provvedere, sempre con modalità proporzionata, alle esigenze (necessità) dei figli, di garantire loro il tenore di vita goduto in costanza di convivenza e in base al tempo che gli stessi trascorrono con ciascun genitore e, infine, in base alla valenza economica dei compiti domestici svolti da ciascun genitore quando i figli sono collocati presso di lui. Il genitore collocatario non permette l’affido paritario perché gli viene meno un assegno di mantenimento che, troppo spesso, usa esclusivamente per sé e non i figli, come invece dovrebbe. In base al tempo che i minori trascorrono con il genitore collocatario, di fatto, si paga da baby sitter il collocatario.

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Tariffe legali non sottoscritte, evasione fiscale

e deontologia professionale


Nel riordino della gestione dell’affido dei separati e dei loro figli non può essere sottaciuto, in primo luogo, il rispetto da parte dei legali di alcune certezze per l’assistito e il rifiuto della diffusa evasione fiscale che cozza palesemente con la deontologia professionale invocata ad intermittenza (cioè solo quando avvalla le pretese economiche del professionista) nel difficile rapporto di alcuni avvocati con il proprio assistito. Non tutti i professionisti sono scorretti, ma la tentazione di potersi giocare a piacimento sia le parcelle che la dichiarazione delle somme percepite è molto forte e, tutto sommato, favorita da un mancato controllo a tappeto da parte degli organi proposti alla pubblica finanza che, acquisendo i fascicoli in tribunale e tenendo conto del tariffario nazionale potrebbero benissimo verificare l’entità della possibile (certa però in alcuni casi) evasione fiscale.

Ci contattano molte persone che vengono chiamate a pagare, con atto ingiuntivo, consistenti somme mai pattuite e sottoscritte con il legale perché quest’ultimo alla richiesta dell’assistito di sapere quanto avrebbe speso veniva risposto non ti preoccupare spenderai poco ed ora pensiamo al processo. Poi arrivano notule catastrofiche che l’assistito non può onorare e nemmeno può appellarsi a preventivi accordi sottoscritti. Altro fatto, spesso riportato dai separati, è quello che il legale pretende il pagamento a nero dell’intero importo, dicendo che così risparmia sull’iva e a qualcuno è capitato di aver pagato ma non è in grado di dimostrarlo e così è stato costretto a vendere (meglio sarebbe dire svendere) la propria abitazione per saldare il legale che, dinnanzi alla richiesta della fattura per le somme versate, pretende dal cliente nuovamente le cifre già pagate ma non dimostrabili. Il legale dimostra il lavoro fatto e l’assistito non può, al contrario, documentare le cifre versate.

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