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Legali e Giudici: al servizio di chi?


Gentile Associazione,

vi seguo sul web da tanto tempo e condivido le vostre battaglie per i figli e per il genitore impotente dinnanzi ai Giudici e ai servizi sociali.

Mi sono deciso ad inviarmi alcune mie considerazioni sulla Giustizia per sottolineare il calvario a cui siamo condannati noi padri separati, quasi sempre intimoriti a pretendere il rispetto dei nostri diritti e di quelli dei nostri figli. Chi ha sperimentato la separazione giudiziale sconsigliano di mettersi contro le decisioni dei giudici perché così si peggiora la nostra posizione.

Ho avuto due legali, prima una donna e poi un uomo, ed ambedue mi sconsigliarono di insistere sulle mie richieste per ottenere una separazione che garantisse a me e ai miei figli la bigenitorialità.

Leggendo i vostri articoli ho avuto l’impressione che non volevano contrapporsi al giudice e, purtroppo, alla mia moglie la cui famiglia è economicamente potente. Dinnanzi alle mie insistenze mi veniva ripetuto che così operano i tribunali e che col tempo poi le cose cambieranno, facendomi capire che se insistevo sulle mie ragioni dovevo cercarmi un'altra difesa. Le parcelle erano sempre elevate.

In questa situazione non mi è restato che fare buon viso a cattiva sorte.

Al divorzio ho cercato di modificare le condizioni di separazioni, ma inutilmente perché mi è stato risposto che non c’erano stati fatti nuovi rispetto alla separazione e pertanto non c’era alcun motivo per modificarne le condizioni. I miei figli all’atto del divorzio chiesto dalla mia ex, avevano 13 e 11 anni. (lettera firmata)

 

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Il titolo dato a questo intervento è volutamente provocatorio non tanto per discreditare l’intera categoria degli avvocati e dei giudici ma per evidenziare come alcuni loro esponenti non aiutano i cittadini ad avere fiducia nel loro operato.

Le considerazioni-denuncia del nostro lettore sono, purtroppo, conseguenti a tanti fatti che con consuetudine accadono nel variegato e complesso mondo delle separazioni. Le sentenze, con troppa facilità, sono” creative” e non giustificate in punto di diritto e si basano prevalentemente su valutazioni psicologiche - “fai da te” - che solo con tanta buona volontà e permissivismo potrebbero essere tollerate dalla scienza psicologica.

La convinzione che in alcuni collegi giudicanti prevalga la convinzione ideologica che la donna sia intoccabile e che il padre non possa assolvere adeguatamente al ruolo genitoriale è diffusa tra quei genitori che vengono “massacrati” da provvedimenti e sentenze di parte fortemente punitive e lesive del loro ruolo e della loro dignità. Si riconosce loro solo l’obbligo a pagare assegni di mantenimento non giustificati dallo stipendio percepito. Le spese straordinarie non vincolate al dovere dell’approvazione preventiva del genitore collocatario spesso sono insostenibili e costringono il padre a vivere con pochi spiccioli e, spesso, a supplicare ospitalità a parenti, amici e strutture di carità.

 

Il disagio del genitore debole, però, non interessa minimamente alcuni giudici, i quali non riescono a comprendere che senza equità economica e senza provvedimenti equi non c’è bigenitorialità e i minori non vengono tutelati proprio per le inadempienze di chi dovrebbe istituzionalmente tutelarli.

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Regione UMBRIA

Norme per le politiche di genere e per una nuova civiltà delle relazioni tra donne e uomini


Approda in aula il disegno di legge 341 che ha avuto un iter abbastanza travagliato. Un iter iniziato nella scorsa legislatura con un impegno di lavoro pressante, e ormai ultraquinquennale, delle associazioni femministe umbre che si era sostanziato nella presentazione da parte della Giunta dell’atto 1259, approvato in commissione ma mai approdato in aula.


Sperpero di soldi pubblici

in favore di associazioni femministe

 

Relazione di minoranza del consigliere Sergio De Vincenzi – Vicepresidente III Commissione – Consiglio Regionale dell'Umbria

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Il ddl rientra nelle competenze previste dal titolo V della vigente costituzione e sostanzialmente

prende le mosse da convenzioni internazionali.

Fra queste, in particolare la relazione introduttiva al ddl fa riferimento alla Convenzione del Consiglio d’Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica, adottata ad Istanbul l’11 maggio 2011 e ratificata dall’Italia con la legge 77/2013.

È comunque opportuno qui ricordare che ad oggi molti paesi pure firmatari di quell'accordo non hanno ancora ratificato la convenzione ed altri, come la Turchia, stanno introducendo norme contro le donne, che nello specifico ha in fase di approvazione la legge sulle bambine-spose.

Il ddl presentato dalla Giunta è stato originariamente redatto da un “comitato tecnico-scientifico” con una prima stesura che risale al biennio 2011-2013 ed il cui costo complessivo ci piacerebbe francamente oggi conoscere visto il massiccio dispiegamento di forze messo in campo su tutto il territorio regionale negli anni 2011-2015, sia da parte dell’Ente e delle varie Istituzioni locali che delle Associazioni Femministe che hanno teleguidato l’operazione, il tutto naturalmente a carico di noi cittadini.

Così se la Presidente vorrà anche renderci edotti su questo aspetto in molti Le saremmo senz’altro grati.

Ma questa è storia. Una minima premessa doverosa.

Oggi possiamo solo dire che la Giunta ha voluto caparbiamente perdere un'occasione importante per dare al nostro territorio una normativa che potesse essere sostenuta da una larga maggioranza perché veramente innovativa e rispettosa della dignità delle donne umbre, dimenticando totalmente che nonostante tutto governa la “democratica Umbria” con solo il 23% dei consensi degli aventi diritto al voto.

Il buon senso politico evidentemente alberga altrove, ma il PD non è certo nuovo a questi atteggiamenti.

Una legge che fosse organica nei contenuti e soprattutto veramente rispondente alle attese delle donne e alle loro necessità, e non solo a quelle in ambito lavorativo e nei vari contesti economico-sociali, ma anche in quello familiare, nel ruolo di moglie e di madre e, ancor più, ad esempio, a tutte quelle donne che si fanno carico di tante situazioni difficili nella società, senza essere considerate e senza far notizia sui media, a cominciare, ad esempio, da tutte quelle che dedicano con amore la loro vita nella cura di figli o familiari con disabilità, o di figli entrati nel vortice delle dipendenze e molte altre situazioni ancora.

E che dire delle donne nella terza e quarta età?

Una legge, in sostanza, che, con queste caratteristiche, avesse potuto riscuotere anche il convinto consenso della minoranza, perché sul tema della promozione della figura femminile non dovrebbero, né avrebbero dovuto, esserci distinguo né di metodi né di intenti.

Personalmente, in qualità di Vicepresidente della III Commissione ho chiesto formalmente un ripensamento attento e condiviso dell’atto proposto, perché  palesemente mal scritto e mal articolato nelle misure e negli obiettivi.

Ma la richiesta, a fronte di un’improvvisa accelerazione dell’iter, è caduta nel vuoto.

Ad onor del vero sono stati anche sollecitati degli emendamenti da parte della minoranza; ma come emendare un atto in larghissima parte non condivisibile?

Anche tutte le indicazioni provenienti dal mondo sociale audito non riconducibile al contesto del femminismo è stato totalmente ignorato.

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