Attualità
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L'alternanza dei genitori nella casa familiare

 

Il tribunale di Roma (decreto n. 13579 del 09.10.2025) ripropone, in un processo di separazione, la permanenza dei figli nella casa coniugale con l’alternanza settimanale dei genitori (pendolari) per garantire ai minori la stabilità della residenza dove sono sempre vissuti. L’idea, in realtà, non è nuova ed è stata timidamente sperimentata con esito non sempre soddisfacente in alcuni tribunali italiani, compreso quello valdostano e di Cuneo. Anche in passato ci sono stati tentativi nell’Italia centrale ma poi abbandonati per i risvolti negativi dell’iniziativa sui figli e sui loro genitori.

L’assegnazione della casa coniugale ai figli si prestava e continua a prestarsi a discussioni tra i genitori, spesso solo con motivi futili, per la sua gestione durante la settimana di competenza poiché il giudice, nell’emettere il provvedimento di affido, non prevedeva la regolamentazione delle presenze terze, anche se congiunti, e non affrontava le questioni economiche delle spese di gestione sia ordinarie che straordinarie. Si arrivava a discutere persino sulla liceità dell’uso degli elettrodomestici per persone che non erano i genitori. Più complessa restava e resta la presenza a cena e/o a pranzo degli amici dei figli e i nuovi conviventi del genitore presente in casa soprattutto se vi restava anche la notte.

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Si aggrava l’assurda vicenda dei tre minori

vittime dell’arroganza dei servizi sociali


La mancanza della pur minima “pietas” verso i tre minori, di una madre a cui viene insistentemente vietato di fare la madre, verso una bambina di sette anni ricoverata in ospedale durante la notte a seguito dell’emergenza respiratoria senza avvisare i genitori perché il padre aveva spento il cellulare e, volutamente, non è stata informata la madre che, al contrario, sarebbe stata reperibile. Siamo in presenza di una persecuzione istituzionale verso due genitori che hanno una visione dell’educazione dei figli diversa da quella “omologata” dalla frettolosa quotidianità di una società regolata secondo principi unici per tutti.

Siamo in presenza di una assurda e pericolosa arroganza dei servizi sociali e di un tribunale minorile (quello de L’Aquila), non nuovo a sentenze da biasimare, incapaci a gestire con professionalità situazioni rese difficili e pericolose da interventi unilaterali, improvvisati e in chiaro contrasto con la psicologia dell’età evolutiva, la psichiatria infantile e contro le più elementari regole pedagogiche e, infine, contro il naturale buonsenso che ogni persona dovrebbe avere.

E’ ripugnante quello che sta succedendo ai tre minori sottratti alla famiglia abruzzese che viveva nel bosco per la scelta di vita ed educativa dei loro genitori in netto contrasto con il principio dell’efficientismo, di un benessere non sempre auspicabile quando lede la identità e le libertà dell’individuo, quando si fonda sul possesso più che sull’essere della persona. I bambini, comunque, erano liberi, sereni e partecipi di un mondo di adulti che, qualunque sia il parere dei bempensanti, li rispettava e li ascoltava. La stessa cosa, però, non si può affermare della struttura di Vasto che, forse, per ordine di magistrati malinformati dal servizio sociale, li tiene segregati (art. 605 c.p.) e che vieta loro la libera frequentazione di ambedue i genitori (art. 572 c.p.) o addirittura penalizza la madre togliendole, di fatto, il diritto alla genitorialità. I Centri Antiviolenza italiani perché non intervengono sulla vicenda, considerato che anche i minori hanno il diritto ad essere tutelati quando viene loro negata la libertà con presupposti culturali e psicologici fuori luogo.

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