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Mercoledì 26 Febbraio 2014 17:19

Corte d'appello di Torino

 

Come la giustizia non tutela i minori


La Corte di Appello di Torino ha rigettato il reclamo avverso il decreto del  Tribunale dei minorenni di Torino impugnato dalla  nonna della bambina valdostana che, dopo nove anni di permanenza con sé (anche dopo l’improvvisa morte del padre), contro la volontà della minore e senza alcuna opera di preparazione è stata collocata presso la madre naturale che la richiedeva anche se in tutti questi anni non si era mai presa cura della figlia e non aveva mai versato una lira per il suo mantenimento, pur lavorando.

La nonna aveva fatto presente ai tribunali il trascorso della madre della nipote, le relazioni del Sert ed aveva contestato le relazioni dei servizi sociali del luogo che non avevano mai preso in considerazione le richieste della figlia, le segnalazioni della nonna, il rifiuto della madre a sottoporsi all’esame tricologico, le segnalazioni della pediatra nonché specializzata in neuropsichiatria infantile che denunciava il malessere della bambina quando, in qualche fine settimana,  era costretta a restare con la madre in Aosta in casa del nonno materno. Una assistente sociale che seguiva la minore, su specifica segnalazione della nonna all’Asl, era stata sostituita per scarsa oggettività. Le relazioni della psicologa inviate al tribunale sono eloquenti da sole e meriterebbero una valutazione scientifica.

Nonostante tutto ciò, la sezione minorile della Corte d’Appello non solo non ha accolto la richiesta del procuratore generale che chiedeva l’audizione della minore e una Ctu per verificare il dichiarato malessere della minore ma ha anche rigettato il documentato reclamo. Le considerazioni che seguono vogliono solo evidenziare come, dinnanzi a fatti denunciati, occorra una diversa procedura di approfondimento per fugare qualsiasi sospetto di rischio per una minore che le istituzione devono tutelare, indipendentemente dalle asserzioni di una madre che stranamente ora rivuole la figlia quando in passato non aveva esercitato con entusiasmo la propria genitorialità.

 

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Lunedì 27 Gennaio 2014 16:46

Quando la separazione consensuale è dannosa

 

Assistiamo alla omologazione di separazioni consensuali con clausole che, oltre a prestarsi a varie interpretazioni, spesso sono impraticabili. Con crescente preoccupazione vediamo che il genitore non collocatario è costretto ad impugnare la separazione sottoscritta, talvolta solo dopo alcuni mesi, poiché quanto concordato non viene rispettato e il padre, quasi sempre lui, deve sottostare ai desiderata e/o ricatti della madre.

Nello specifico, il genitore affidatario impone un suo calendario di visite, sue modalità di attuazione, consapevole che il tribunale nei suoi confronti mai applicherà quanto previsto dall’art.709 ter c.p.c.. Accanto al mancato rispetto del diritto di permanenza dei figli col padre, sottoscritto con la consensuale, la madre non gli richiede il consenso preventivo sulle spese straordinarie, arrivando a determinare lei quali siano da ritenersi spese straordinarie e non esita a denunciarlo per “mancati alimenti” se non provvede a soddisfare i suoi imperativi economici. Si mette in piedi, così, un contenzioso penale che non tutti i padri possono sostenere non avendo le risorse per pagare i legali. Alcuni tribunali non  esitano a condannare sempre il padre con multe e mesi di arresto convertibili in ulteriori sanzioni pecuniarie anche quando il loro rifiuto a pagare è motivato proprio dalla mancanza di soldi.

Le modifiche delle condizioni contenute nella separazione consensuale difficilmente vengono modificate dal giudice proprio perché sottoscritte da ambedue i genitori; non vengono cambiate nemmeno quando il genitore che paga l’assegno di mantenimento e le spese straordinarie (sovente non autorizzate) è in cassa integrazione o è rimasto senza lavoro o viene chiamato a pagare spese non concordate e non documentate o non dovute. Non si comprende, in verità, cosa debba accadere ad un padre per vedersi accolta la sua richiesta di modifica delle condizioni di separazione e per vedersi rispettato nei propri diritti-doveri di genitore e di cittadino.

 

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Martedì 21 Gennaio 2014 10:57

Solo con l’affido condiviso alternato

c’è la vera tutela dei figli nelle separazioni


di Ubaldo Valentini *


La cultura dominante, figlia dei tempi e degli interessi della classe emergente, vorrebbe che nelle separazioni i figli  abbiano una collocazione prevalente presso un solo genitore, ovviamente quasi sempre la madre. Alcune forze politiche e socio-religiose, femministe per vocazione e per convenienza, vorrebbero modificare la legge sul condiviso (n.54/2006) per introdurre il principio della scelta vincolante di una unica residenza e del genitore prevalente.  Ma non solo.

Il Forum delle famiglie cattoliche da una parte  propone di privare il minore anche del diritto ad essere sentito dal giudice in merito al suo affido e dall’altra vuole reintrodurre il principio della sua permanenza con i propri genitori solo secondo il principio dei tempi equipollenti ( cioè sulla qualità dello stare assieme con l’uno e con l’altro genitore), escludendo la possibilità di permanenza in tempi equivalenti (cioè gli stessi tempi tra i due genitori). Permane il pregiudizio che per un figlio di separati è diseducativo avere due case e due programmazioni del tempo con i genitori.

Non contano, dunque, le ore dello stare assieme ma la qualità dell’incontro stesso. E’ una vecchia storia che tutti ben conosciamo.

Tutti costoro dimenticano, volutamente, che l’equità del tempo trascorso con ambedue i genitori contribuisce in modo determinante al raggiungimento della qualità del rapporto genitore-figlio e si dimentica che proprio questa disuguaglianza di tempi è il principale motivo del contendere nelle aule giudiziarie.

I Tribunali con sempre maggiore frequenza dispongono l’affido condiviso alternato (cioè la permanenza paritetica dei figli presso ambedue i genitori) anche quando i genitori non abbiano un buon rapporto fra loro, purché le distanze delle rispettive abitazioni non costituiscano un ostacolo per le libere e spontanee frequentazioni dei genitori da parte del minore. Questa  forma di affido, però,  richiede una solida cultura della bi-genitorialità nei genitori, nei giudici, negli avvocati e, se coinvolti, nei servizi sociali.

Le difficoltà esistono e sono: mancanza di una autentica cultura delle pari opportunità genitoriali; la non sempre evidente disponibilità, da parte dei genitori, a guardare al bene dei figli e non solo alle loro esigenze e rivendicazioni di persone adulte; la non sempre chiara disponibilità del giudice a leggere attentamente i fascicoli della separazione, rinunciando alle solite prassi consuetudinarie che finiscono per negare, di fatto, lo spirito del condiviso; il ricorso a psicologi ed assistenti sociali il cui parere non sempre è libero da propensioni e/o condizionamenti ideologici e non sempre è sorretto da una comprovata professionalità; la scarsa capacità e disponibilità della società a considerare i minori come persone con propri diritti, tempi e spazi. I minori di oggi saranno i cittadini di domani e loro gestiranno la società stessa ed è assurdo considerarli, perché minori, non come soggetti a rimorchio dell’adulto più forte.

I pregiudizi da superare sono tanti.

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Martedì 21 Gennaio 2014 10:56

Quale diritto dei nonni nel nuovo decreto sulla filiazione!

 

avv. Gerardo Spira

 

Il legislatore italiano stenta a mantenere il passo con i tempi che hanno cambiato la vita di relazioni nella società. Prevalgono interessi di gruppi o di clientela politica o peggio ancora interessi di casta curati e gestiti dai soliti galoppini, pronti ad aggiungere o togliere una parola, spostare la virgola o il punto e virgola nel momento in cui viene formulata la norma.

Tanto basta a cambiare il senso della frase e a scaricare la responsabilità attuativa sugli operatori del diritto, costretti a discutere sulla interpretazione autentica, restrittiva o estensiva. Mentre il medico studia l'ammalato muore e la famiglia irreversibilmente sta attraversando questa fase Il Decreto legislativo 154 di fine anno, in attuazione della delega parlamentare sulla filiazione , che entrerà in vigore il 7 febbraio prossimo, ha messo la parola fine sulla diatriba dei diritti dei minori e sui conflitti di coppia. La legge 54 del 2006 sull'affidamento condiviso, mai attuato, è stata svuotata di contenuto e messa da parte con un colpo di mano di fine anno.

Il legislatore, dopo l'introduzione del reato di femminicidio, colto in piena estate, il 14 agosto, quando tutti erano al mare, ne ha fatto un'altro a fine anno, mentre gli italiani brindavano per l'arrivo del nuovo. Con la novella normativa è stato restaurato il solo diritto per il genitore collocatario e deciso che l'altro deve stare “ a cuccia “ e deve solo “pagare “. E' stato cancellato il conflitto, con opportuni rimaneggiamenti normativi ed è stato, con sottile garbo, consigliato all'avvocatura di specializzarsi in altre materie, perché il genitore non collocatario, quasi sempre il padre, non ha più diritti. Gli avvocati saranno solo di genere femminile, come i magistrati e le procedure saranno una pura e semplice prassi di rito, del tipo burocratico.

Come si dice in gergo è cessata la materia del contendere. Un cambio di passo richiede una forte presa di posizione, rivoluzionaria, da parte di tutte quelli che hanno a cuore la difesa dei diritti, mettendo in atto una azione forte a tempo indeterminato capace di fermare il Paese. Esaminiamo l'aspetto che la nuova normativa ha riguardato i nonni. Guarda caso, l'attento legislatore ha prestato più attenzione ad essi che ad uno dei genitore, “fatto fuori “ dal diritto di famiglia. Ma vediamo come e con quali effetti. La precedente norma, art 155 c.c, intitolata.”provvedimenti riguardo ai figli” parlava del diritto del figlio di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori ….....e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

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Lunedì 13 Gennaio 2014 19:04

Era impossibile non conoscere il suo dramma


Un padre separato della bassa Valle, lunedì mattina 6 gennaio, si è tolto la vita.

Un gesto inquietante e, forse, meditato da tempo. Nessuno ne parla. Non sappiamo se questo silenzio significhi rispetto della sua disperazione o rimorso per non avergli prestato la dovuta attenzione; se manifesti rabbia contro chi si compiaceva delle sue difficoltà ad essere un padre a tempo pieno e delle sue problematiche economiche dovute alla drastica diminuzione dello stipendio di un terzo rispetto all’inizio dell’anno. Questa imponderata realtà non gli permetteva più di pagare puntualmente il mantenimento e le spese straordinarie dei figli, divenendo ciò fonte di discussioni e ritorsioni; di onorare i mutui a suo nome accesi per l’acquisto di due macchine per la famiglia e di versare il canone d’affitto per l’abitazione.

Tutto ciò, per una persona che da venti anni viveva e lavorava nella Vallata dove aveva fatto l’investimento affettivo della sua vita ed aveva costruito una famiglia, era una umiliazione che alimentava la sua solitudine, avendo genitori e parenti in altra regione.

Nel mese di ottobre aveva contattato il coordinatore regionale della nostra associazione e su sua indicazione mi aveva telefonato per illustrarmi questa sua difficile posizione di separato. Ci chiedeva chiarimenti legali per poter abbassare l’importo del mantenimento dei figli ancora piccoli, visto che lo stipendio non serviva nemmeno per versare alla loro madre gli assegni, e per pagarsi i mutui e l’affitto.

Gli consigliai di rivolgersi immediatamente al legale che lo aveva seguito nella separazione e fare ricorso al tribunale per chiedere una drastica riduzione dell’assegno di mantenimento, imponendo alla moglie di lavorare o, se benestante, di contribuire in modo prevalente al mantenimento dei figli. Mi rispose che era sua intenzione farlo, ma trovava una certa freddezza nel legale che avrebbe dovuto assisterlo. Riferiva, inoltre, che trovava pure difficoltà a relazionarsi con la controparte, a tutelare la sua persona e i suoi diritti di genitore per vedere i figli con regolarità e secondo i tempi stabiliti dalla separazione. Parlammo a lungo e chiese di poterci risentire verso Natale per l’effettiva revisione delle condizioni di separazione.

Era un padre addolorato, affranto e solo, che si sentiva affettivamente “emarginato” dai propri figli ma lucido, premuroso verso i figli e preoccupato per le conseguenze di una separazione non ponderata nelle sue condizioni economiche, consapevole dei spropri diritti e doveri coniugali e genitoriali.

Sotto le feste natalizie mi chiamò nuovamente per dirmi che la situazione stava peggiorando, che era stato denunciato e che doveva procedere alla riduzione del mantenimento dei figli. Non ricordo se passava un assegno anche alla moglie, nullafacente ma con familiari benestanti e conosciuti in tutta la Valle d’Aosta. Mi chiese di essere seguito dall’associazione e chiedeva anche come poter incidere e vegliare sulla educazione e crescita dei figli, essendo un padre a ore. Lo rassicurai che con la crescita dei figli le cose cambiano e gli chiesi che appena possibile doveva inviarmi in copia della sentenza di separazione e tutto il materiale inerente la separazione, la vita di coppia. Mi rassicurò che l’avrebbe fatto appena possibile e che una sera mi avrebbe richiamato al telefono per meglio informarsi sui suoi diritti e doveri di genitore e per concordare una data per incontrarci.

 

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Lunedì 13 Gennaio 2014 19:03

... Altrimenti ci arrabbiamo ...

 

Il giornale Gazzetta Matin, a seguito di un nostro comunicato stampa, aveva dato notizia di una petizione popolare a favore di una bambina della Bassa Valle che, dopo aver vissuto nove anni con la nonna paterna e il padre prima e con la sola nonna dopo la morte del padre, veniva tolta alla nonna per riconsegnarla alla madre che, di fatto, l’aveva abbandonata al padre dopo la nascita.

La dirigente regionali dei servizi sociali convocò il giornalista per sostenere che la decisione era stata presa dal Tribunale dei Minori di Torino e che loro si erano limitati solo ad eseguire le decisioni dell’autorità giudiziaria.

In realtà, il Tribunale aveva deciso in base alle relazioni dei servizi sociali del comune della bambina che ribadivano sempre l’urgenza di ridare la figlia alla madre che, nel frattempo, aveva compreso il proprio ruolo genitoriale e che non frequentava più il Sert.

Il centro di neuropsichiatria infantile, la pediatra della bambina (anch’essa neuropsichiatra infantile) e la psichiatra che seguiva la madre non erano concordi sul trasferimento della minore senza il suo consenso e senza averla preparata a questo profondo cambiamento di stile di vita, di amici, di figura di riferimento e della zona in cui era sempre vissuta e dove ora frequentava la scuola elementare.

Il consiglio dell’Ordine degli Assistenti Sociali della Valle d’Aosta ha inviato la seguente lettera alla redazione del giornale per contestare il loro operato informativo e per insegnare loro il mestiere di giornalisti. La presunzione, indubbiamente, non ha limiti.

 

Lettera del Consiglio regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali alla redazione della Gazzetta Matin


In riferimento agli articoli pubblicati dalla Gazzetta Matin inerenti alla vicenda di una minore contesa dai familiari l’Ordine degli Assistenti Sociali della Valle d’Aosta intende far presente alcune considerazioni.

Innanzitutto dispiace ancora una volta constatare in merito, lo scatenarsi da parte di alcuni mass-media, che con il loro atteggiamento non fanno che acuire ulteriormente i livelli di conflittualità già presenti tra i diversi soggetti coinvolti nelle delicate situazioni che interessano i minori e le loro famiglie.

Le situazioni suddette infatti, proprio in considerazione della loro complessità, sono prese in carico da più operatori che hanno compiti di analisi e comprensione delle difficoltà dei minori, aiuto e sostegno, valutazione complessiva “dell’interesse del minore”interesse che non coincide spesso con quello dei suoi familiari e per tale ragione fonte di conflitto.

 

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Mercoledì 30 Ottobre 2013 18:43

Quando la Giustizia minorile è solo una speranza!

avv. Gerardo Spira


E', questo, il caso emblematico di come la Giustizia minorile risulti un appannaggio di genere. Il caso, tutt'ora in corso, è trattato con le dovute cautele per la legge sulla privacy. Siamo a Roma, caput mundi e caput, almeno per quel che pensa la gente, della cultura e del suo concentrato burocratico, istituzionale e giurisdizionale. Nella Capitale il cittadino pensa di avere il massimo delle garanzie di diritto e la più elevata qualità della produzione giuridica, se non altro per le professionalità messe in campo e per la qualità delle competenze e del confronto. Invece proprio qui abbiamo visto una Giustizia a pezzi, con la testa abbassata e  nascosta tra le gambe. Ogni cittadino italiano ormai ne ha subito le conseguenze e si porta dentro lo sconforto di un sistema senza tutela. Quella minorile appartiene ad un mondo a parte, ad un mondo in cui non valgono più i principi e i valori del diritto, ma gli umori, le sensazioni, la cultura di provenienza e soprattutto  le conoscenze e la capacità di sapere adattarsi  con spirito servile.

Non sarà facile riformare questa Giustizia se non si avrà il coraggio di abbattere steccati e recinti, se non si inizia la rivoluzione cultuale dalla scuola che risente, purtroppo,  di vecchi influssi di vita di genere, di umori uterini, di risentimenti e frustrazioni che condizionano le interpretazioni e le decisioni.

 

La legge e la legalità sono bellissime parole, che però sono e restano  fondamento e valore ideale, solo di fede e di speranza. La nostra millenaria cultura è purtroppo ingabbiata in centri di poteri di casta che decidono delle sorti della società, calpestando diritti e leggi, in nome del popolo italiano. I principi di Giustizia sono invece un Valore che il cittadino sente come la  medicina che rasserena l'animo e la coscienza. Quando la giustizia produce stimoli di risentimento vuol dire che il giudice non ha colto la verità o l' ha stravolta con la logica di un ragionamento infedele. La coscienza pulita  mal digerisce una decisione ingiusta.

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Venerdì 18 Ottobre 2013 15:10

Genitori e semplici cittadini offesi dalle istituzioni  si mobilitano

Petizione popolare per chiedere il rispetto di una bambina


Lasciatemi in pace: voglio stare con mia nonna” era il grido della bambina che ha vissuto i suoi primi nove anni con il padre, poi deceduto, e con la nonna paterna è caduto nel vuoto.  Una bambina costretta a lasciare il suo unico punto di riferimento affettivo e morale di tutti questi lunghi anni dove la presenza della madre sarebbe stata indispensabile ma che, invece, per anni non l’ha mai cercata ed è stata intromessa nella sua esistenza solo negli ultimi anni e senza la dovuta accortezza psicologica.

Oggi, salutati i compagni di scuola e i volti familiari degli abitanti, all’uscita da scuola viene prelevata e trasferita, come un trofeo, presso l’abitazione materna. L’indifferenza – se non l’oltraggio - dell’assistente sociale è arrivata al punto di chiedere alle maestre della scuola e alla scuola di danza di inscenare una festa di “addio”, sapendo che la bambina non vuole lasciare il suo mondo. Le due istituzione hanno risposto bruscamente ai servizi sociali che “non c’era nulla da festeggiare”! Il saluto c’è stato ma molto intimo e non certamente trionfante come avrebbero voluto certe strutture finanziate, purtroppo, con i soldi pubblici.

Proprio da questi volti a lei noti è partita una petizione popolare per chiedere che il suo desiderio di stare con la nonna non venga “ucciso” dalla indifferenza delle istituzioni che, nonostante il suo disagio a frequentare persone sempre diverse, hanno ignorato tutto: comprese le puntuali e professionali  valutazioni di coloro che la conoscono da sempre.

C’è tanta solidarietà con questa minore e con questa nonna sia da parte di chi le conoscono bene sia da chi, pur non conoscendole, chiede il rispetto della “Carta dei Diritti del Fanciullo”.

 

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